Medio Oriente in fiamme, le preoccupazioni per l’Ia fuori controllo e i rapporti con la Cina alla vigilia del vertice a Washington tra Donald Trump e Xi Jinping sono i temi in queste ore al centro dell’attualità politica negli Stati Uniti. Sotto traccia ma sempre presente, dal dipartimento di Stato si continua però a monitorare l’evoluzione della situazione a Cuba, consapevoli che il capo della Casa Bianca ha impartito e ripetuto più volte un ordine ben preciso, e cioè che, dopo l’estrazione del dittatore venezuelano Maduro, l’isola caraibica è la prossima sulla lista.
Non è però solo nella capitale americana che si studia l’evoluzione della crisi nel giardino di casa della superpotenza. Come riferisce il Wall Street Journal, a Miami diversi cubano-americani danarosi stanno infatti elaborando piani economici e politici dettagliati per una Cuba post-comunista. Nella città della Florida, in una lussuosa villa affacciata sulla baia di Biscayne, un gruppo di ricchi elementi appartenenti a tale comunità ha trascorso mesi ad elaborare nel dettaglio come potrebbe configurarsi il Paese retto dai Castro stendendo progetti per una borsa valori cubana e un vertice sugli investimenti all’Avana.
In un’altra località a Miami, importanti uomini della comunità cubano-americana stanno delineando addirittura un governo provvisorio, reclutando ingegneri per studiare la costruzione di centrali elettriche galleggianti e la pianificazione di interventi di riparazione per le inadeguate infrastrutture attualmente presenti. In programma ci sarebbero anche contatti con aziende di alto livello, banche e fondi di investimento per attrarre capitali in una Cuba del futuro.
Washington sembra consapevole di quanto avviene a Miami al punto tale che l’amministrazione repubblicana è lì che guarda per ottenere idee, sostegno politico e denaro privato per la ricostruzione del Paese post-regime. Oltretutto, ai numerosi incontri che si svolgono in Florida partecipano miliardari e personaggi influenti legati a Trump, rampolli di dinastie cubano-americane che hanno fatto la loro fortuna con il commercio dello zucchero e immigrati arricchiti negli Stati Uniti. Tra questi, alcuni hanno un canale di comunicazione diretto con la Casa Bianca, in particolare con il segretario di Stato Marco Rubio, figlio di immigrati cubani da sempre tra i falchi anti-Castro.
I cubano-americani con legami col mondo della politica sono convinti che Trump sia un alleato e, sfruttando la convinzione che il presidente e uomo d’affari consideri l’isola caraibica di fatto un investimento immobiliare, presentano il futuro di Cuba non solo come una causa politica e parte della sua eredità ma anche come un vasto progetto di ricostruzione.
Il momento della verità per Cuba non è ancora ben definito. Secondo fonti consultate dal Wall Street Journal, Trump ha più volte affermato ai suoi collaboratori di dover concludere la guerra in Iran prima di destinare risorse a Cuba o ad altre priorità di politica estera. Alcuni alti funzionari hanno affermato che la campagna contro l’Avana potrebbe durare per tutto il resto del mandato del tycoon. Interpellato sulle tempistiche del redde rationem, il segretario Rubio a luglio ha affermato che si tratta di “questioni complesse che richiedono tempo”. Il capo della diplomazia Usa ha intanto incaricato il suo staff di continuare a diffondere annunci settimanali relativi a Cuba. Un modo, spiegano da Foggy Bottom, per creare un clima di incessante pressione volta a creare l’impressione che azioni americane possano essere imminenti.
Secondo un sondaggio del Miami Herald, condotto ad aprile su circa 800 cubano-americani, quattro intervistati su cinque residenti nel sud della Florida sono favorevoli ad un intervento militare Usa a Cuba, sia per rovesciare il governo locale che per fare fronte ai bisogni umanitari della popolazione. “Questo è il nostro momento del Muro di Berlino”, ha affermato Marcell Felipe, presidente dell’American Museum of the Cuban Diaspora. Mentre tra i cubano-americani cresce la speranza che il regime dell’Avana crolli presto, alcuni di loro temono però che Washington possa adottare per l’isola la stessa strategia seguita in Venezuela, rimuovendo il dittatore e lasciando al potere la sua vice (Delcy Rodríguez ) e il resto dell’apparato statale intatto in cambio di accordi economici. Anche su questo fronte, come su altri dossier di politica estera, nessuno sa se e quale strada Trump imboccherà per risolvere una volta per tutte la questione cubana.
