Dodici, anche quattordici ore al giorno dietro il bancone, settimane che arriverebbero a 80 ore di lavoro, stipendi intorno ai 1.800 euro e un solo giorno di riposo, “a volte nemmeno”. A questo si aggiungerebbero contratti a chiamata che, secondo alcune testimonianze, nasconderebbero rapporti di lavoro a tempo pieno, una parte della retribuzione fuori busta e persino presunte “liste nere” condivise su WhatsApp con i nomi dei dipendenti che hanno fatto causa. È il quadro raccontato da un reportage della Süddeutsche Zeitung sulle condizioni di lavoro in alcune gelaterie italiane in Germania.
L’inchiesta ha provocato una forte reazione in Italia, soprattutto in Veneto e nella provincia di Belluno, territorio dal quale è partita una lunga storia di emigrazione legata proprio al mestiere del gelatiere. Le accuse raccolte dal giornale tedesco riguardano singole attività e testimonianze individuali. A far esplodere la protesta è però il modo in cui queste storie vengono ricondotte alla categoria dei “gelatieri italiani”. Sindaci, associazioni e rappresentanti del settore chiedono che eventuali irregolarità vengano accertate e perseguite, ma senza trasformare singoli casi in una condanna collettiva.
Il reportage che ha fatto esplodere il caso
Il servizio, firmato dalla giornalista Stéphanie Mercier e pubblicato dalla Süddeutsche Zeitung di Monaco, sceglie per la copertina un’immagine destinata a far discutere, una ragazza con un abito a righe, che richiama quello dei carcerati, porge una coppa di gelato davanti all’obiettivo. Accanto alla fotografia compare la frase: “In Germania veniamo trattati come schiavi”. Il reportage descrive quello che viene presentato come il lato oscuro di una parte delle gelaterie italiane presenti in Germania. Tra le testimonianze raccolte ci sono racconti di giornate estive da 12 ore, settimane lavorative che arriverebbero a 80 ore, un solo giorno libero, “a volte meno”, e stipendi intorno ai 1.800 euro. Vengono inoltre riferiti casi di pagamenti in nero e di lavoratori formalmente assunti con contratti a chiamata che, nella pratica, svolgerebbero un’attività a tempo pieno. Le persone intervistate sono state indicate con nomi di fantasia, spiega l’autrice, “per proteggere la loro identità”.
Le storie dei lavoratori
Al centro dell’inchiesta ci sono soprattutto gli italo-brasiliani che raggiungono la Germania durante la stagione per lavorare nelle “Eisdielen”, le gelaterie legate alla tradizione italiana.
Tra le testimonianze c’è quella di Mateo, nome di fantasia, che racconta di aver lavorato in otto anni in 25 gelaterie. Il suo racconto passa attraverso quello che definisce un “ambiente di lavoro tossico” e arriva fino alle “lacrime mentre servivo il gelato”. La sua esperienza viene inserita dal reportage in un quadro più ampio, nel quale le condizioni denunciate dai lavoratori diventano il punto di partenza per interrogarsi sull’organizzazione di una parte del settore. È proprio questo passaggio a provocare la reazione dei rappresentanti dei gelatieri, nessuno, nelle prese di posizione arrivate dall’Italia e dalla Germania, sostiene che eventuali abusi non debbano essere verificati. La contestazione riguarda piuttosto l’estensione delle accuse all’intera categoria.
Dall’Italia al Brasile: il viaggio degli oriundi verso la Germania
Una parte importante della vicenda riguarda la provenienza dei lavoratori raccontati dalla stampa tedesca. Molti sono italo-brasiliani originari di Urussanga, nello Stato di Santa Catarina, città fondata da emigrati italiani e gemellata con Longarone. Sono spesso discendenti di italiani e, grazie al passaporto italiano, possono lavorare nell’Unione europea. Secondo quanto riferito dal Süddeutsche Zeitung, una sola agenzia locale di Urussanga stima tra 3 mila e 4 mila i biglietti aerei venduti ogni anno verso la Germania. Il fenomeno si inserisce in un comparto molto ampio. Nelle gelaterie tedesche lavorano circa 41 mila persone e, secondo i dati della Bundesagentur für Arbeit citati dal giornale, gli italiani rappresentano il gruppo più numeroso tra i lavoratori stranieri, con 6.676 addetti. Uniteis, l’Unione dei gelatieri italiani in Germania, riunisce circa mille soci per un totale di 2.200 attività.
La storia dei gelatieri che parte dalle Dolomiti
Dietro il riferimento ai “gelatieri italiani” c’è però una storia che affonda le radici molto più lontano nel tempo. Val di Zoldo, Longarone e Cadore sono infatti tra i luoghi simbolo dell’emigrazione dei gelatai bellunesi. Un fenomeno iniziato prima del boom economico e cresciuto soprattutto nel secondo dopoguerra, quando intere famiglie partirono dalle Dolomiti per cercare nuove opportunità oltre le Alpi. Secondo una stima citata da Die Zeit, tre gelatieri italiani su quattro presenti in Germania provengono dalla provincia di Belluno. Il mestiere è diventato così parte della storia dell’emigrazione locale e, negli anni, ha contribuito a diffondere il gelato artigianale italiano all’estero. È anche per questo che il reportage della Süddeutsche Zeitung ha avuto un’eco particolarmente forte proprio nelle comunità bellunesi.
Le parole del sindaco di Val di Zoldo
Camillo De Pellegrin, sindaco di Val di Zoldo e figlio di gelatieri emigrati in Germania, è tra i primi a reagire. “È un attacco violentissimo, fa riferimento proprio a Belluno, a Zoldo e Longarone, da dove è partita questa emigrazione”. Il primo cittadino non esclude che possano esserci attività nelle quali le regole non vengono rispettate, ma contesta la possibilità di trasformare eventuali irregolarità nella rappresentazione dell’intero settore. “Che qualcuno non rispetti le regole può succedere, ma non si può generalizzare”. La sua posizione diventa uno dei primi segnali della reazione che, dalle Dolomiti, si estende rapidamente alle associazioni e agli altri amministratori locali.
Longarone difende la storia delle famiglie emigrate
Sulla stessa linea Roberto Padrin, sindaco di Longarone, che richiama il percorso delle famiglie partite dal territorio bellunese. “Non si può fare di tutta l’erba un fascio”. Padrin rivendica una storia costruita da generazioni di lavoratori che hanno portato all’estero il mestiere del gelato artigianale attraverso “sacrificio, passione e impegno”. Il punto, anche in questo caso, non è negare la necessità di verificare eventuali episodi di sfruttamento, ma evitare che questi possano cancellare il contributo dato nel corso dei decenni dalle famiglie bellunesi alla diffusione del gelato italiano.
Oscar De Bona: “Si indichino nome, cognome e l’esercizio specifico”
La reazione arriva anche dall’Associazione Bellunesi nel Mondo. Il presidente Oscar De Bona parla di eventuali “isolate mele marce” e chiede che le accuse vengano trasformate in denunce precise, quando esistono elementi concreti. “Non si può denigrare un settore storico per colpa di eventuali isolate mele marce”. De Bona ricorda il peso avuto dai gelatieri bellunesi e trevigiani nel secondo dopoguerra e negli anni successivi alla tragedia del Vajont: “I nostri gelatieri, in particolare quelli provenienti dalle terre bellunesi e trevigiane, nel secondo dopoguerra e negli anni successivi alla tragedia del Vajont hanno portato un contributo straordinario sia all’Italia sia alla stessa Germania attraverso decenni di immane lavoro, sacrifici e dedizione”. Poi chiede maggiore precisione a chi denuncia presunti abusi: “Chi intende denunciare o esporre determinate situazioni lo faccia a viso aperto, indicando nome, cognome e l’esercizio specifico, consentendo così di avviare le dovute ed eventuali azioni legali nelle sedi preposte”. E aggiunge: “Dispiace fortemente che una testata di tale rilevanza dia spazio a segnalazioni generiche che finiscono per diffamare l’immagine di generazioni di lavoratori”. L’associazione assicura infine il proprio sostegno a Uniteis: “Sono certo che Uniteis, l’associazione di riferimento per i gelatieri italiani in Germania, si attiverà immediatamente a tutela del settore. Da parte nostra massima solidarietà e supporto”.
La replica dalla Germania
Dalla Germania interviene Riccardo Simonetti, presidente della Famiglia Bellunese del Nord Reno-Westfalia, storico circolo dell’Associazione Bellunesi nel Mondo composto prevalentemente da imprenditori del settore. Simonetti sottolinea innanzitutto la distanza tra le condizioni attuali e quelle di decenni fa: “Se nel passato si possono essere verificati dei ritmi di lavoro serrati, oggi il contesto è completamente diverso”. Poi entra nel merito della situazione nelle attività rappresentate dall’associazione: “I nostri dipendenti sono tutti regolarmente assunti e le attività sono soggette a controlli costanti che garantiscono la tutela dei loro diritti”. Per Simonetti, il rapporto con i lavoratori è anche una componente essenziale della qualità dell’impresa: “Diamo dignità al lavoro delle persone: supportare i propri collaboratori è fondamentale per il benessere della stessa azienda e per la qualità del servizio offerto ai clienti”.
“Chi ha subito torti denunci alle autorità”
La Famiglia Bellunese invita chi sostiene di essere stato vittima di abusi a utilizzare i canali istituzionali. “Ci sono stati abusi? Chi sostiene di aver subito torti denunci i presunti ‘padri padroni’ alle autorità competenti, non limitandosi ai titoli dei giornali”. Simonetti contesta anche la scelta grafica della Süddeutsche Zeitung e l’accostamento tra il lavoro nelle gelaterie e l’immagine di una prigione. “Definire i lavoratori come ‘schiavi’ e vedere un’immagine che ritrae una dipendente vestita da carcerata su una rivista tedesca suscita profonda tristezza e un grande senso di ingiustizia”.
Il presidente dei gelatieri: “Le condizioni sono migliorate tantissimo”
Vincenzo Pennestrì, presidente dell’Associazione italiana gelatieri, sposta invece l’attenzione sull’evoluzione del mestiere e sull’organizzazione delle attività. “Le condizioni sono migliorate tantissimo rispetto a venti o trent’anni fa”. Secondo Pennestrì, le nuove tecniche di produzione e conservazione permettono oggi di programmare il lavoro in modo diverso rispetto al passato. “Nella mia gelateria riesco a fare 1.400 chili di gelato nel turno che va dalle 7 alle 14”. Il presidente porta anche un esempio concreto legato alla conservazione del prodotto: “Se a mezzanotte finisce il fior di latte ho una cella di stoccaggio con la vaschetta di riserva. Se c’è una buona organizzazione non c’è bisogno di fare tante ore”.
Uniteis: “Le pecore nere ci saranno senz’altro”
Anche Uniteis, l’organizzazione che riunisce i gelatieri italiani in Germania, si è attivata dopo la pubblicazione del reportage. Il presidente Augusto De Pellegrin invita innanzitutto a considerare un elemento: non tutte le attività considerate “italiane” nelle statistiche sono oggi effettivamente gestite da italiani. “Tante gelaterie non sono più gestite da noi, sono state rilevate da oriundi brasiliani o argentini, o da albanesi”. De Pellegrin non nega la possibilità che esistano comportamenti irregolari: “Le pecore nere ci saranno senz’altro”. Ma respinge con forza l’associazione tra il settore italiano e l’illegalità: “Però far passare l’idea che l’illegalità sia appoggiata dagli italiani è inconcepibile”. Uniteis, nel frattempo, si sta attivando con i propri legali e con l’ambasciata italiana a Berlino.
Il nodo degli oriundi e il caso Urussanga
La questione della provenienza torna al centro anche nelle parole di De Pellegrin. “Molti sono oriundi con passaporto italiano, perciò risultano italiani nelle statistiche ma provengono da Urussanga, comune brasiliano dello Stato di Santa Catarina”. È lo stesso territorio dal quale, secondo il reportage tedesco, arriverebbe un numero consistente di lavoratori diretti ogni anno in Germania. De Pellegrin collega la vicenda anche al recente dibattito italiano sul riconoscimento della cittadinanza per discendenza agli oriundi brasiliani: “Ma non è che il problema sia la recente stretta italiana sul riconoscimento della cittadinanza per discendenza agli oriundi brasiliani? Cosa c’è di meglio che attaccare quei gelatieri che, in origine, hanno portato questi oriundi in Germania?”. Da qui anche la richiesta di una presa di posizione da parte dell’Italia: “Non ci si può sempre vantare della fetta di Paese all’estero che fa ben figurare l’Italia, se quando arrivano accuse infamanti nessuno la difende”.
Zaia: “I gelatieri veneti e italiani vanno difesi”
La vicenda arriva infine sul piano istituzionale con l’intervento di Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale del Veneto. Anche Zaia distingue tra la necessità di verificare eventuali casi concreti e il rischio di estendere le accuse all’intera categoria. “Un articolo della Süddeutsche Zeitung ha accusato i gelatieri italiani di sfruttare il personale. Un’accusa grave che, se riferita ai singoli casi va naturalmente verificata fino in fondo. Ma trasformarla in giudizio su un’intera categoria è profondamente ingiusto”. Poi la difesa della tradizione veneta e bellunese: “I gelatieri veneti e italiani che lavorano in Germania vanno difesi senza se e senza ma”. Zaia richiama quindi il significato storico dell’emigrazione italiana: “Trasformare eventuali singoli casi in un’accusa generalizzata contro un’intera categoria significa offendere generazioni di uomini e donne, e insieme a loro una parte importante della storia della nostra terra, che ha saputo far vedere al mondo cosa significhi emigrare con rispetto e voglia di integrazione in un altro Paese”. La polemica resta dunque aperta su due piani distinti; da una parte le testimonianze raccolte dalla Süddeutsche Zeitung, che dovranno essere eventualmente verificate nelle sedi competenti; dall’altra la reazione di chi difende una tradizione professionale costruita in decenni di emigrazione e chiede che eventuali responsabilità vengano attribuite con precisione, senza trasformare singoli casi in un’accusa collettiva. Ed è proprio qui che il caso tedesco si intreccia con la storia delle Dolomiti, quella di generazioni partite dalla Val di Zoldo, da Longarone e dal Cadore con il mestiere del gelatiere, portandolo oltreconfine e trasformandolo in una delle più riconoscibili espressioni dell’imprenditoria italiana all’estero.
