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I talebani a Teheran: il funerale di Khamenei che cambia gli equilibri del Medio Oriente

Da nemici ideologici a interlocutori pragmatici: la presenza della delegazione dell'Emirato islamico a Teheran racconta la nuova realpolitik regionale, tra ricerca di legittimazione e convergenze strategiche

I talebani a Teheran: il funerale di Khamenei che cambia gli equilibri del Medio Oriente

La presenza dei talebani ai funerali di Stato di Ali Khamenei a Teheran non è un dettaglio cerimoniale, ma un segnale politico. Il ministero degli Esteri iraniano ha confermato l’arrivo a Teheran del ministro degli Esteri talebano Amir Khan Muttaqi, mentre media afghani hanno riferito anche della partecipazione di Abdul Ghani Baradar, vicepremier economico dell’Emirato islamico.

La loro partecipazione assume un valore che va ben oltre il cordoglio. Per decenni Iran e talebani sono stati avversari strategici: la Repubblica islamica sciita considerava il movimento sunnita afghano una minaccia esistenziale, mentre i talebani guardavano con diffidenza all'influenza iraniana nella regione. Oggi, invece, Teheran racconta un Medio Oriente profondamente cambiato, dove l'opposizione agli Stati Uniti e a Israele, la ricerca di nuovi partner economici e la necessità di garantire stabilità ai confini prevalgono sulle storiche divisioni confessionali.

Un rapporto altalenante

Quando i talebani conquistarono Kabul nel 1996, l'Iran fu tra i principali sostenitori dell'Alleanza del Nord guidata da Ahmad Shah Massoud. Il momento più critico arrivò nell'agosto 1998, quando conquistarono Mazar-i-Sharif e uccisero nove diplomatici iraniani e un giornalista presenti nel consolato della città. Teheran mobilitò circa 200.000 soldati lungo il confine afghano: Iran e Afghanistan arrivarono a un passo da un conflitto aperto.

L'invasione americana dell'Afghanistan nel 2001 modificò radicalmente gli equilibri. Teheran collaborò diplomaticamente durante la Conferenza di Bonn del 2001, contribuendo alla nascita del nuovo governo afghano guidato da Hamid Karzai. Questa fase di collaborazione durò poco. Con il progressivo deterioramento delle relazioni tra Washington e Teheran, culminato con l'inserimento dell'Iran nell'"Asse del Male" da parte del presidente George W. Bush nel 2002, la Repubblica islamica iniziò a riconsiderare la propria strategia regionale.

A partire dalla seconda metà degli anni 2010, poi, un graduale avvicinamento tra Teheran e i talebani. Le motivazioni erano essenzialmente strategiche. Da un lato, l'Iran voleva limitare la presenza militare americana ai propri confini orientali. Dall'altro, entrambi condividevano la necessità di contrastare l'espansione dello Stato Islamico nella provincia del Khorasan (ISIS-K), diventato una minaccia sia per il governo iraniano sia per gli stessi talebani.

Dal ritorno dei talebani al potere nel 2021, Teheran ha scelto una linea di engagement pragmatico: dialogare con Kabul per contenere instabilità, traffici, flussi migratori e crisi idriche lungo il confine orientale.

Il nodo dell’acqua resta centrale. La disputa sul fiume Helmand continua a essere uno dei principali fattori di tensione tra Iran e Afghanistan, soprattutto in un contesto di crescente scarsità idrica. Proprio per questo, la presenza talebana al funerale di Khamenei non cancella le frizioni, ma mostra che entrambe le parti intendono gestirle dentro un canale politico aperto.

Il funerale come palcoscenico antioccidentale

Teheran ha trasformato le esequie di Khamenei in una dimostrazione di tenuta interna e rete internazionale. I funerali di Khamenei sono stati concepiti dalla leadership iraniana anche come una dimostrazione di legittimità internazionale. Accanto ai rappresentanti di Russia, Cina, Pakistan, Iraq e di numerosi Paesi asiatici e mediorientali, la presenza dei talebani rafforza l'immagine di una rete di interlocutori alternativi all'Occidente che Teheran cerca di consolidare dopo il conflitto.

In questo quadro, i talebani servono all’Iran per mostrare che il Paese non è isolato, nemmeno dopo lo scontro con Stati Uniti e Israele. Per Kabul, invece, la partecipazione è un’occasione di legittimazione: l’Emirato islamico resta privo di pieno riconoscimento internazionale, ma cerca spazio diplomatico attraverso rapporti con potenze regionali come Iran, Cina, Russia e Pakistan.

Non un’alleanza, ma una convergenza tattica

C'è poi un elemento simbolico particolarmente significativo. Secondo fonti afghane, Teheran ha invitato non soltanto la delegazione talebana, ma anche figure dell'opposizione afghana, compreso Ahmad Massoud. Una scelta che conferma la volontà iraniana di mantenere aperti canali con tutte le componenti politiche afghane, evitando di legarsi esclusivamente all'attuale governo di Kabul.

Il significato politico è dunque chiaro: non nasce un asse ideologico sciita-sunnita, né un’alleanza militare strutturata. Nasce, o meglio si consolida, una convergenza tattica. Iran e talebani condividono interessi concreti: ridurre l’influenza occidentale nella regione, stabilizzare i confini, sviluppare scambi economici e presidiare le rotte tra Asia centrale, Afghanistan e Medio Oriente.

L’istantanea dei talebani a Teheran racconta una nuova

geografia del potere regionale: meno fondata sull’affinità religiosa, più sulla convenienza strategica. Per l’Iran è una prova di resilienza diplomatica. Per i talebani, un passo ulteriore nella ricerca di riconoscimento.

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