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Cronaca internazionale

Il jihadista che sta cercando un plotone d’esecuzione

Il 3 dicembre, alle 13 ora del Texas, Nidal Malik Hasan verrà portato davanti a un plotone di esecuzione. Ma la sua non è una storia improvvisa, è una lunga fila di segnali che nessuno ha voluto leggere

epa02110352 A Bell County Sheriff hand out picture of Maj. Nidal Hasan, on 09 April 2010 is a booking mug of the Army psychiatrist charged in the deadly Fort Hood shooting, shown in a Bell County Jail booking photo. He was transferred early Friday from a San Antonio military hospital to the jail near the Army post. EPA/BELL COUNTY SHERIFF OFFICE HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

La giustizia in diretta Tv. Il 3 dicembre, alle 13 ora del Texas, un uomo su una sedia a rotelle verrà portato davanti a un plotone di soldati nel posto esatto in cui diciassette anni fa ha massacrato i loro compagni. Il segretario alla Guerra Pete Hegseth vuole che la gente guardi. Pubblica, ha detto, perché tutti capiscano che certe azioni hanno conseguenze. La morte come lezione, il castigo come contenuto.

L’uomo si chiama Nidal Malik Hasan. Ha 56 anni, è nato in Virginia da genitori palestinesi arrivati da al-Bireh, in Cisgiordania. In America ha trovato una divisa, i gradi di maggiore, una laurea in medicina, il camice da psichiatra. Il suo mestiere era ascoltare i soldati che tornavano dall’Iraq e dall’Afghanistan, raccogliere le loro paure. Il 5 novembre 2009 entrò nel centro di Fort Hood dove i ragazzi facevano le visite prima di partire. Si sedette, aspettò. Poi si alzò, gridò Allahu Akbar e cominciò a sparare con una pistola dal mirino laser. Tredici morti, trentadue feriti. Tra le vittime c’era Francheska Velez, incinta. Lo fermò un’agente di polizia civile, con un colpo che lo ha lasciato paralizzato. Da allora vive seduto. Seduto ha ascoltato la sentenza, seduto ha passato tredici anni nel braccio della morte di Fort Leavenworth, in Kansas.

La sua non è una storia improvvisa. È una lunga fila di segnali che nessuno ha voluto leggere. Hasan scriveva ad Anwar al-Awlaki, l’imam americano che diventerà una delle voci di al-Qaeda nella Penisola arabica. L’FBI aveva quelle email. Nel 2007, al Walter Reed, aveva spiegato a una platea di medici militari il conflitto tra la fede di un musulmano e la guerra in terra islamica. I colleghi lo trovavano strano, qualcuno lo segnalò, nessuno lo fermò. Era un ufficiale, era un medico, era un uomo con la divisa giusta. Dopo la strage un rapporto del Senato parlò di una bomba a orologeria, e del timore delle istituzioni di sembrare discriminatorie. Poi venne la parola che pesa ancora: Washington classificò il massacro come violenza sul posto di lavoro. Come una lite in ufficio finita male. Le vittime hanno dovuto aspettare anni, e una legge del Congresso, per avere il Purple Heart, la medaglia di chi è colpito dal nemico.

Ora il vocabolario si è rovesciato. Il portavoce del Pentagono lo chiama jihadista e annuncia che per lui è arrivato il giorno del giudizio. Il plotone è anche una vendetta sulle parole. Dopo la strage Awlaki lo celebrò come un eroe, un uomo di coscienza che non poteva vivere nella contraddizione di essere musulmano e servire un esercito che combatteva la sua gente. Il linguaggio della forza ha i suoi rischi, e qui il rischio ha un nome antico: martirio.

Al processo Hasan si difese da solo. Non chiamò testimoni, non negò nulla. Disse di aver cambiato schieramento. I suoi avvocati d’ufficio temevano che cercasse la condanna a morte, e avevano ragione. Alla commissione che doveva valutarne la sanità mentale spiegò che morire durante l’attacco sarebbe stato un onore, il segno che Dio lo aveva scelto. E che sarebbe stato martire anche morendo per iniezione. Il plotone gli offre qualcosa di più: la morte del soldato, quella che i gerarchi di Norimberga chiesero e non ottennero perché era considerata onorevole. E una telecamera. Per un uomo che vuole diventare un’icona è il regalo perfetto. Per la propaganda jihadista il filmato è già montato.

L’America conosce questo teatro. L’ultima esecuzione pubblica fu nel 1936 a Owensboro, Kentucky: migliaia di persone attorno al patibolo di Rainey Bethea, i venditori ambulanti, la folla che si contendeva i posti migliori. Fu l’ultima volta. Da allora la morte di Stato si è nascosta dietro i muri, i vetri, le tende. Adesso il pendolo torna indietro, e la piazza diventa uno schermo. L’ultima esecuzione militare risale al 1961, un’impiccagione. L’ultimo fucilato in divisa fu Eddie Slovik, nel 1945, unico soldato americano giustiziato per diserzione nella Seconda guerra mondiale.

Ora il plotone torna, ma manca ancora l’ultima parola. Hasan può presentare un ricorso di habeas corpus ai tribunali civili e congelare tutto per anni. Sarebbe un paradosso degno di lui: l’uomo che cerca la morte e usa la legge per rimandarla. Oppure non farà nulla, e la lascerà arrivare. Nessuno sa cosa sceglierà.

Resta la domanda che nessun comunicato del Pentagono può risolvere. A chi serve questa diretta? Ai sopravvissuti, forse. Alonzo Lunsford, che quel giorno era al banco dell’accettazione e finì sullo stesso elicottero del suo carnefice, dice che Hasan non merita di respirare. Ai morti no, i morti non guardano. Agli americani, che vedranno finalmente la giustizia in faccia, tra una pubblicità e una notifica. Oppure a chi, dall’altra parte del mondo, aspetta solo quell’immagine per farne una reliquia.

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