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Cronaca internazionale

Il velo diventa “femminista”: la protesta surreale contro Marine Le Pen

Sui social donne non musulmane annunciano che indosseranno l’indumento islamico contro il referendum promesso dalla leader del Rassemblement national. Il paradosso mentre in Iran c’è chi rischia la vita per toglierselo

Femministe velo

Ci voleva il femminismo occidentale del 2026 per trasformare il velo islamico in un simbolo di emancipazione. In Francia, mentre Marine Le Pen rilancia la proposta di vietarlo negli spazi pubblici attraverso un referendum, sui social è partita la nuova mobilitazione: donne non musulmane che annunciano di essere pronte a coprirsi il capo in segno di solidarietà. Una sorta di resistenza prêt-à-porter, possibilmente da documentare su TikTok.

La candidata del Rassemblement national ha confermato l’intenzione, in caso di vittoria alle presidenziali del 2027, di sottoporre ai francesi una legge contro le ideologie islamiste, mettendo nel mirino il velo islamico nello spazio pubblico. Il progetto solleva interrogativi sulla costituzionalità e sulla concreta applicazione della misura, ma è bastato per scatenare la reazione delle femministe in rete: decine di utenti hanno cominciato a pubblicare video e fotografie con il foulard in testa.

“Nel 2027 decideremo di indossare il velo anche se non siamo musulmane, solo per confondere le acque”, annuncia una ragazza. “Vogliono vietarcelo? Saremo ancora più numerose a portarlo”, promette un’altra. Come riporta Le Parisien, c’è chi si dichiara cristiana ma “pronta a portare il velo per sostenere le nostre sorelle” e persino qualche uomo che si presta alla protesta, con relativo tutorial su come sistemare correttamente il velo.

Tutto legittimo, naturalmente. Ma il cortocircuito politico e culturale resta difficile da ignorare. Nel tentativo di combattere la Le Pen, una certa sinistra femminista è arrivata al punto di adottare come bandiera di libertà proprio quell’indumento contro il quale migliaia di donne combattono da anni altrove.

Basta spostarsi idealmente di qualche migliaio di chilometri. In Iran, dopo la morte di Mahsa Amini e la rivolta “Donna, vita, libertà”, togliersi il velo non è diventato una challenge social. È stato un gesto di disobbedienza pagato con arresti, pestaggi, persecuzioni e repressione. Ancora oggi si registrano molestie, aggressioni, arresti arbitrari, multe, espulsioni dal lavoro e dalle università contro le donne che sfidano l’obbligo del velo.

Ed è qui che la nuova protesta francese assume i contorni della pochade. Mentre giovani iraniane sfidano un sistema che pretende di decidere come debbano vestirsi, nell’Europa progressista c’è chi si copre volontariamente la testa per dimostrare di essere più libero degli altri. Non per difendere quelle donne, ma per protestare contro la destra.

Jean-Luc Mélenchon ha definito “ignobile” la proposta del RN, accusando il partito di sessismo e islamofobia. Altri hanno parlato di “polizia delle religioni”, mentre anche il governo ha ricordato le evidenti difficoltà costituzionali e pratiche di un divieto generalizzato.

Insomma, il dibattito sulla proposta della Le Pen esiste ed è tutt’altro che semplice. Ma per contestare una legge discutibile non sarebbe necessario trasformare il velo in un accessorio della nuova militanza woke. Soprattutto perché mentre a Parigi basta accendere la telecamera e sistemarsi un foulard per sentirsi partigiane della libertà altrove c’è ancora chi rischia davvero quando decide di toglierselo.

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