Non più soltanto Polonia e Paesi baltici. La nuova frontiera della pressione russa sulla Nato potrebbe spostarsi verso il Mediterraneo, arrivando a coinvolgere Italia, Francia e Spagna. È lo scenario delineato oggi, secondo cui Mosca starebbe preparando nuove operazioni con droni contro obiettivi europei. Un’eventualità che segnerebbe un ampliamento geografico della strategia di destabilizzazione del Cremlino. E che solleva una quesito: perché Vladimir Putin dovrebbe inseguire proprio adesso un’escalation con l’Alleanza Atlantica?
La risposta è un incrocio di tre dinamiche: la guerra in Ucraina, prossima a un nuovo inverno; le incertezze sulla futura presenza militare americana in Europa; la necessità, per Mosca, di verificare quanto sia effettivamente solida la garanzia di difesa collettiva della Nato. Non necessariamente per provocare una guerra convenzionale. Piuttosto, per dimostrare che è possibile colpire il territorio europeo costringendo gli alleati a dividersi sulla natura dell’aggressione e sulla risposta.
Secondo quanto rivelato da El Mundo, l’intelligence statunitense avrebbe condiviso con diversi governi europei informazioni relative a possibili operazioni russe contro Spagna, Francia e Italia. L’allerta sarebbe collegata alle informazioni emerse dopo la visita a Mosca del direttore della Cia John Ratcliffe, avvenuta lo scorso agosto.
Lo scenario descritto potrebbe prevedere l’impiego di droni Gerbera, potenzialmente lanciati da navi mercantili attraverso container. Una fonte vicina al ministero della Difesa lituano, citata dal quotidiano spagnolo sotto anonimato, ha illustrato questa possibilità. Il significato strategico di un’operazione del genere andrebbe ben oltre la capacità dei singoli droni. Il ricorso a piattaforme navali commerciali permetterebbe infatti di aggirare la tradizionale geografia della minaccia, trasformando il Mediterraneo in un nuovo teatro di pressione.
È un salto rispetto allo scenario sul fianco orientale Nato. La scelta di eventuali obiettivi mediterranei avrebbe inoltre una valenza politica. Non si tratterebbe più soltanto di esercitare pressione sugli Stati direttamente esposti alla frontiera orientale, ma di coinvolgere Paesi geograficamente più lontani dalla guerra, rendendo la minaccia una questione di sicurezza per l’intera Alleanza.
Il secondo elemento arriva da Washington. Il Pentagono sta valutando diverse opzioni per rivedere la presenza militare statunitense in Europa. Tra le ipotesi allo studio figura il ritiro di circa 25mila militari dagli attuali 80mila dispiegati sul continente. Si tratterebbe, qualora l’opzione venisse adottata integralmente, di una riduzione superiore al 30%. La revisione dovrebbe concludersi entro la fine dell’anno e rientra nell’obiettivo dell’amministrazione Trump di trasferire una quota maggiore della responsabilità agli alleati europei.
Per Mosca, questo temporeggiare potrebbe rappresentare un’opportunità strategica. Non perché un ridimensionamento americano annullerebbe l’effetto dell’Articolo 5, ma perché aprirebbe una fase di ridefinizione delle capacità operative interne all’Alleanza. Una provocazione calibrata durante questa transizione potrebbe consentire al Cremlino di testare congiuntamente la risposta militare degli alleati, ma soprattutto il grado di coordinamento tra Stati Uniti ed Europa.
C’è poi la variabile ucraina. Alla vigilia di un nuovo inverno di guerra, il Cremlino potrebbe avere interesse a trasferire una parte della pressione militare e psicologica sui Paesi che continuano a sostenere Kiev. Un’escalation orizzontale, tuttavia, non richiede necessariamente l’apertura di un fronte convenzionale. Può tradursi nell’estensione delle operazioni ostili a nuovi Paesi, infrastrutture e settori economici. In questo scenario, aeroporti, porti, reti energetiche e collegamenti logistici assumono un’importanza particolare. La dimensione energetica rende il calendario ancora più significativo. Mosca potrebbe intensificare gli attacchi contro le infrastrutture ucraine durante l’inverno, e il freddo potrebbe essere nuovamente utilizzato come strumento di pressione.
Una fase di transizione per tutti gli attori, insomma. Resta un rischio, tuttavia, che il Cremlino non può eliminare: una provocazione concepita per rimanere sotto la soglia della guerra potrebbe essere interpretata diversamente dagli alleati, innescando una risposta più ampia di quella prevista, una volta per tutte.
