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Cronaca internazionale

La prigione sotterranea e gli interrogatori: quegli strani segreti dell’ambasciata di Kim in Cina

Un rapporto di una Ong ha accusato Pyongyang di gestire una prigione segreta sotto l’ambasciata a Pechino per interrogare e rimpatriare nordcoreani in fuga

kIM

Cosa si nasconde dietro, anzio sotto, le mura dell’ambasciata nordcoreana di Pechino? Negli ultimi giorni sono emerse diverse indiscrezioni che, sulla base di un paper pubblicato da una ong, raccontano di una fantomatica struttura segreta destinata alla detenzione e agli interrogatori di cittadini nordcoreani in Cina sospettati di voler lasciare la Corea del Nord. È questa, in sostanza, l’accusa contenuta nel rapporto del Transitional Justice Working Group (TJWG). Ecco che cosa sappiamo.

I segreti dell’ambasciata nordcoreana a Pechino

Il TJWG ha pubblicato un paper intitolato “North Korea’s Transnational Repression: China”, nel quale sono state raccolte numerose testimonianze e fonti tra cui quelle di un ex diplomatico nordcoreano. Pare che nel seminterrato dell’edificio della sezione consolare dell’ambasciata di Pyongyang a Pechino esista una struttura utilizzata per sorvegliare, arrestare, detenere e interrogare cittadini nordcoreani prima del loro rimpatrio forzato.

La stampa sudcoreana, che ha rilanciato l’indiscrezione, ha parlato di una presunta struttura segreta nella quale i casi verrebbero segnalati a Pyongyang entro 12-24 ore. Il rapporto indica inoltre uno specifico “addetto alla sicurezza” come responsabile delle operazioni. Sarebbe un funzionario formalmente dotato di un incarico consolare, ma in realtà un membro dell’apparato di intelligence nordcoreano temporaneamente inviato all’estero.

Interrogatori e detenzioni

Il caso più dettagliato riguarda quello di un tale chiamato Pae Yong Ju, un hacker nordcoreano che aveva lavorato in Cina e che, sempre secondo il TJWG, era stato inviato all’estero per attività legate al furto di criptovalute e alle operazioni informatiche contro obiettivi sudcoreani. L’uomo avrebbe tentato di raggiungere la Corea del Sud, venendo arrestato dalle autorità cinesi nella Mongolia Interna.

Dopo circa sei mesi di interrogatori da parte cinese, sarebbe stato consegnato alle autorità nordcoreane presso il consolato generale di Shenyang e successivamente trasferito a Pechino, dove sarebbe rimasto per circa un anno, sottoposto a interrogatori particolarmente duri all’interno della struttura sotterranea.

Rimpatri forzati

Nell’agosto 2023, dopo la riapertura dei collegamenti aerei diretti tra Pechino e la capitale nordcoreana, lo stesso Pae sarebbe stato imbarcato su un volo Air Koryo in condizioni studiate per impedirgli di opporre resistenza e per non attirare l’attenzione degli altri passeggeri.

L’uomo sarebbe stato trasportato su una sedia a rotelle con il corpo completamente immobilizzato da un’ingessatura, presentato come un paziente. Secondo il TJWG, la messinscena avrebbe avuto due obiettivi: impedirgli di tentare la fuga e rendere meno evidente il rimpatrio forzato.

Tre anni dopo il suo ritorno in Corea del Nord, un informatore avrebbe confermato all’organizzazione la sua morte. Anche questa parte della ricostruzione è stata riportata dal Korea Times, che sottolinea però come si tratti delle conclusioni e delle testimonianze raccolte dall’ong. L’intero report di TJWG, ricordiamolo, è basato su interviste a più di dieci ex e attuali funzionari nordcoreani, oltre che su fonti aperte e precedenti ricostruzioni giornalistiche.

Il ruolo della Cina

La ong ha parlato espressamente di un sistema di repressione esistenteoltre i confini nordcoreani. Quando un cittadino inviato all’estero, in particolare in Cina, scompare o manifesta l’intenzione di chiedere asilo,l’addetto alla sicurezza dovrebbe informare Pyongyang e coordinare la ricerca.

Se gli agenti nordcoreani non riuscissero a rintracciare direttamente la persona, secondo le testimonianze raccolte dall’organizzazione potrebbero chiedere la collaborazione delle autorità cinesi, anche attraverso accuse relative a reati comuni come possesso di droga o armi.

I cittadini ricercati verrebbero quindi convocati a Pechino con pretesti e successivamente trasferiti nella struttura dell’ambasciata. Il quotidiano sudcoreano Korea JoongAng Daily ha sottolineato l’esistenza di più diversi livelli di coinvolgimento cinese: dai casi in cui Pechino ignorerebbe le attività nordcoreane fino a quelli in cui le autorità cinesi avrebbero collaborato nella ricerca, nell’arresto e nella consegna delle persone.

L’esistenza della presunta prigione sotterranea e il livello di collaborazione delle autorità cinesi sono elementi impossibili da confermare in maniera indipendente. La ong ha comunque chiesto alla comunità internazionale di monitorare il comportamento di Pechino nei confronti delle attività nordcoreane.

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