A Princeton si può studiare Karl Marx nel XXI secolo. A Swarthmore si indaga su come rendere “queer” persino Dio. Ad Harvard, invece, cambiamento climatico e nazionalismo bianco finiscono nella stessa aula. E se tutto questo non dovesse bastare, c’è sempre Bad Bunny: anche la popstar portoricana è diventata materia universitaria, naturalmente passando per razza, linguaggio, impero e identità di genere.
È il curioso catalogo raccolto dalla Young America’s Foundation nel rapporto “Comedy and Tragedy” 2026-2027, 195 pagine dedicate a oltre 250 corsi offerti in più di 50 università americane, dalle prestigiose Ivy League ai college statali. Per l’organizzazione conservatrice quei programmi sarebbero il sintomo di una progressiva politicizzazione dell’istruzione superiore americana.
A scorrere l’elenco, del resto, i titoli non passano inosservati. Alla Brown University c’è “Bottom Ecologies: Blackness, Queerness, and the Environment”, un corso che intreccia ambiente, identità nera e teoria queer. Indiana University propone “Islamic Feminisms”, ossia i femminismi islamici. Curioso, quantomeno. Princeton ha invece “Thinking with Bad Bunny: the Cultural Politics of Race, Language, and Empire”, dove musica, estetica, attivismo e performance “gender non-conforming” dell’artista diventano materiale accademico.
Harvard contribuisce con “Extreme Heat: White Nationalism in an Age of Climate Change”, dedicato al rapporto tra gli immarcescibili militanti bianchi, il populismo di destra e l’ambiente. Come evidenziato in precedenza, a Swarthmore si può scegliere “Queering God: Feminist and Queer Theology”, che promette di esplorare le tensioni tra teologia femminista e queer e di mettere alla prova i limiti dell’attribuzione di genere e sesso al divino.
Ma il menù è ancora lungo. Sempre a Swarthmore compaiono “Mathematics and Social Justice”, “The Fat Renaissance” e “Medieval Origins of Racial Capitalism”. Michigan State University offre “Racism and Other Health Disparities”, mentre Yale propone “Is That Racist? Theory and Methods for Diagnosing and Demonstrating Racism”: tradotto, teoria e metodi per stabilire e dimostrare se qualcosa sia razzista.
E poi c’è Marx. Princeton propone “Marx in the 21st Century”, pensato anche per gli studenti del primo anno e dedicato ai concetti fondamentali del filosofo tedesco e alle loro possibili riletture contemporanee attraverso razza e genere. Nel rapporto compaiono inoltre corsi dai titoli eloquenti come “Death and Dying Under Capitalism”, “Racial Capitalism”, “Geographies of Racial Capitalism”, “Housing Struggles Under Capitalism” e “Resisting Petrocapitalism: Oceanians against Climate Collapse”.
Secondo Rob Tandy, portavoce della Young America’s Foundation, il problema andrebbe ben oltre qualche titolo particolarmente creativo. “Quello che gli studenti stanno pagando non è un’istruzione. È indottrinamento”, ha dichiarato a The College Fix. La fondazione sostiene che marxismo, colonialismo, supremazia bianca, teoria di genere e questioni Lgbt siano ormai diventati una presenza strutturale in numerosi programmi universitari. Il presidente della YAF Scott Walker sostiene che l’istruzione superiore sia stata “dirottata dall’ideologia progressista” e che il nuovo rapporto mostri quanto queste impostazioni siano penetrate nei programmi accademici.
Le università, dal canto loro, presentano normalmente questi corsi come strumenti per studiare fenomeni culturali, sociali e politici contemporanei. Il confine tra approfondimento accademico e militanza ideologica è precisamente il terreno su cui negli Stati Uniti si combatte ormai una delle più accese guerre culturali. Nel frattempo, per gli studenti la scelta non manca. Marx, capitalismo razziale, teologia queer, nazionalismo bianco e Bad Bunny. Per laurearsi nell’America del 2026, a quanto pare, anche il piano di studi ha imparato perfettamente il lessico woke delle culture wars.
