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Cronaca internazionale

“Non abbiamo bisogno di moschee”. Dentro le proteste contro la comunità islamica che scuotono il Giappone

La moschea di Fujisawa accende il dibattito sull’integrazione dei musulmani in Giappone. Ecco cosa succede tra paure locali, tensioni social e nuove politiche sull’immigrazione

Protesta moschee Giappone

A Fujisawa la situazione sta diventando esplosiva. In questa anonima e tranquilla cittadina costiera a un’ora di macchina da Tokyo i residenti sono sul piede di guerra. Colpa di una moschea che sorgerà presto al posto di una fabbrica abbandonata nella zona periferica di Goshomi. Gli abitanti, circa 445.00, sono attraversati da rabbia e paura. Non vogliono che la Fujisawa Masjid, questo il nome del luogo di culto, prenda forma all’interno della loro comunità. I motivi sono molteplici: i timori di un possibile peggioramento della gestione pubblica - per via, per esempio, degli eccessivi rumori delle preghiere in strada - ma soprattutto il terrore che la moschea possa attirare fedeli e quindi incrementare il numero di immigrati. Altri fanno invece notare che l’edificio in fase di progettazione sarà molto più grande del santuario shintoista locale, ritenendo ciò irrispettoso. Le tensioni di Fujisawa rispecchiano in realtà un fenomeno in crescita in tutto il Giappone: l’intolleranza della popolazione nei confronti degli stranieri, in particolare quelli di fede islamica.

Lo scontro sulla moschea di Fujisawa

Come ha raccontato la Bbc, numerosi residenti di Fujisawa sono intimoriti dalla crescente visibilità che sta guadagnando la comunità musulmana. All’inizio dell’anno in città sono scoppiate dure proteste contro la costruzione della moschea, con migliaia di persone scese in piazza per contestare il progetto. Sono stati inoltre segnalati casi di incitamento all’odio e disinformazione diffusi sui social media.

Ma come siamo arrivati a questo? Un’associazione senza scopo di lucro guidata da un gruppo di immigrati dello Sri Lanka porta avanti il progetto di costruire una moschea locale dal 2019 per offrire un luogo di culto ai circa 800 cingalesi islamici residenti a Fujisawa. Le autorità cittadine hanno approvato il permesso di costruzione dell’edificio nel luglio 2025: un edificio di preghiera a due piani sormontato da una cupola su un terreno privato.

Ben presto sono esplose le proteste. Prima sui social poi durante gli incontri pubblici per affrontare il tema. “Molti musulmani che vivono a Fujisawa e nei dintorni risiedono in questa zona da molti anni. Fanno acquisti nei negozi locali, i loro figli frequentano le scuole del posto e conducono la loro vita quotidiana come membri della comunità. Desideriamo continuare a vivere insieme a tutti, rispettando la comunità locale e attenendoci alle leggi giapponesi e alle normative locali”, hanno spiegato in un comunicato i promotori della moschea. Il risultato? Nonostante le offerte di dialogo i residenti sono rimasti scettici e sospettosi.

In Giappone aumenta l’intolleranza contro i musulmani

Negli ultimi anni la crescita della comunità musulmana in Giappone è coincisa con un aumento dell’ostilità nei confronti degli immigrati islamici. Alla fine del 2024 i musulmani all’ombra del Monte Fuji erano circa 420.000, quasi il doppio rispetto al 2019 (pari a circa lo 0,3% della popolazione giapponese), mentre nel Paese esistono ormai oltre 160 moschee.

I social media nipponici, fa notare il quotidiano Mainichi Shimbun, traboccano di critiche (se non veri e propri discorsi d’odio) e molte moschee ricevono ormai quotidianamente telefonate ed e-mail offensive. Alcuni episodi recenti sono particolarmente emblematici del clima di tensione: a Osaka si è diffusa una falsa voce secondo cui la chiamata alla preghiera venisse trasmessa ad alto volume da una moschea; nell’Hokkaido si sono verificati incendi sospetti in una moschea e in attività gestite da cittadini pakistani; a Fukuoka alcuni fedeli musulmani sono stati accusati di aver occupato uno spazio del parco pubblico superiore a quello concesso loro per pregare.

Questi episodi si inseriscono in un contesto più ampio di crescente preoccupazione legata alla presenza straniera in Giappone. In un sondaggio nazionale condotto dal quotidiano Sankei Shimbun, che ha coinvolto tutti i 1.741 comuni del Paese, 515 amministratori locali hanno indicato le frizioni culturali e consuetudinarie come il principale impatto negativo dell’aumento della popolazione straniera. Il risultato evidenzia come, accanto ai casi di discriminazione e ai discorsi d’odio, una parte delle amministrazioni locali percepisca le differenze culturali come una delle principali sfide nella gestione della crescente diversità della società giapponese.

“Il Giappone non ha bisogno di moschee”

“Il Giappone non ha bisogno di moschee” è diventato uno degli slogan più ricorrenti nei social network giapponesi, spesso accompagnato da messaggi che contestano la crescente presenza musulmana nel Paese. L’aumento della popolazione musulmana ha portato alla necessità di adeguare le infrastrutture e i servizi nipponici alle esigenze di una comunità ormai stabile sul territorio.

Attenzione però, perché le difficoltà non riguardano soltanto la costruzione di moschee, ma anche aspetti fondamentali della vita quotidiana, come la disponibilità di altri spazi per la preghiera e di cimiteri dove poter rispettare il rito della sepoltura islamica. In un Paese in cui oltre il 99% dei defunti viene cremato e i terreni destinati alla sepoltura sono estremamente limitati, molte comunità musulmane faticano a trovare soluzioni compatibili con le proprie tradizioni religiose. Diversi progetti di cimiteri islamici sono stati ostacolati dall’opposizione dei residenti locali.

Il governo del primo ministro Sanae Takaichi ha intanto assunto una linea particolarmente rigida nei confronti dell’immigrazione su larga scala. Lo scorso giugno, per esempio, ha deciso di aumentare fino a cinque volte le tariffe per i visti destinati ai cittadini stranieri, dopo quasi mezzo secolo senza modifiche significative. Di pari passo il governo prevede di potenziare l’Agenzia per i servizi di immigrazione con circa 230 nuovi dipendenti, destinati a intensificare i controlli sui soggiorni irregolari. Tra le misure allo studio figura anche l’introduzione di possibili limiti alla crescita della popolazione straniera residente nel Paese.

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