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Il terremoto in Venezuela e l'utilità dei social: ecco perché possono servire a salvare vite

La digitalizzazione di ogni secondo e luogo della nostra quotidianità, vituperata e condannata per una serie di conseguenze dannose che si porta dietro, può anche avere dei risvolti e delle applicazioni virtuose, addirittura salvifiche

Il terremoto in Venezuela e l'utilità dei social: ecco perché possono servire a salvare vite
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La digitalizzazione di ogni secondo e luogo della nostra quotidianità, vituperata e condannata per una serie di conseguenze dannose che si porta dietro, può anche avere dei risvolti e delle applicazioni virtuose. Addirittura salvifiche, come ha di recente dimostrato il terribile terremoto che ha sconvolto il Venezuela. Ovviamente, il riferimento non è solo Google Earthquake Alert che ha inviato qualche secondo prima che le due scosse fossero avvertite una notifica di allarme ai possessori di smartphone Android. Un messaggio che ha sfruttato gli accelerometri integrati negli smartphone per rilevare un sisma nelle fasi iniziali. È ovvio che non si tratta di una previsione di lungo periodo, ma solo di un anticipo di poche decine di secondi, che comunque possono essere determinati nel salvare molte vite umane. Ma, il terremoto venezuelano ci ha proiettato nella dimensione digitale non solo grazie all’invio dei messaggi di allarme, ma anche per i volumi consistenti di conversazioni che si sono innescate sui social proprio a partire dalla prima scossa tellurica. La rete e le piattaforme sono state altrettanto determinanti, grazie a un flusso ininterrotto di immagini, post, storie, messaggi e articoli nel supportare nelle fasi inziali, che solitamente risentono sempre del caos scatenato dalla paura, in particolare perché il sisma ha colpito durante la notte, i soccorsi a ricevere informazioni di prima mano. Grazie ai post che si moltiplicavano è stato anche possibile stimare in modo capillare e reticolare le aree maggiormente colpite, l’entità dei danni più ingenti. Le informazioni sono passate velocemente dai singoli crateri colpiti dal sisma ai centri di soccorso, che come è già successo in altre occasioni, hanno utilizzato anche questa infinità di dati per coordinarsi al meglio.

Al tempo stesso, questa mole di post è stata anche generata da un’abitudine che sentiamo naturale: come prima reazione migliaia di venezuelani hanno scelto di comunicare alla propria community social di stare bene, di aver scampato il pericolo e nel farlo hanno anche postato emoji come le due mani congiunto in segno di preghiera, il cuore infranto e la bandiera nazionale. Se osserviamo le linee temporali delle conversazioni legate alla parola chiave terremoto è possibile notare la perfetta sincronia di queste con le rivelazioni dei sismografi, ogni scossa singola ha generato a sua volta online un picco di parlato che dopo 24 ore si è tramutato in una mole di oltre 45 milioni di interazioni.

Un volume consistente che ha trovato il suo cratere principale proprio in Venezuela, ma non di meno nei paesi confinati e in Europa dove proprio grazie alla rete la tragedia è diventata in pochi minuti globale. Le piattaforme hanno raccontato il dolore, lo sgomento e la morte del terremoto, ma le piattaforme hanno anche consentito di salvare vite umane, di ridurre lo sconforto e la paura.

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