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Cronaca internazionale

Uccise 13 persone gridando “Allah Akbar”: chi è Nidal Malik Hasan, che sarà fucilato in diretta

L’ex maggiore americano sarà giustiziato il 3 dicembre a Fort Hood. La carriera da psichiatra, l’isolamento e la progressiva radicalizzazione

epa02390143 Handout photo from 2007 obtained from Uniformed Services University of the Health Sciences in Bethesda, Maryland, USA, shows Maj. Nidal Malik Hasan, the Army psychiatrist charged in the deadly Fort Hood shooting on 05 November 2009. Hasan, 40, charged with 13 counts of premeditated murder and 32 counts of attempted premeditated murder, will attend a pre-trial hearing beginning on 12 October 2010 in Fort Hood, Texas, to determine whether there is enough evidence to put him on trial. EPA/Uniformed Services University of the Health Sciences/HANDOUT EDITORIAL USE ONLY

La sua esecuzione sarà trasmessa in diretta e avverrà nello stesso luogo in cui diciassette anni fa uccise tredici persone. Nidal Malik Hasan, l’ex maggiore e psichiatra dell’esercito americano responsabile della strage di Fort Hood, in Texas, sarà fucilato il prossimo 3 dicembre alle 13, ora locale. Ad annunciarlo è stato il Pentagono, dopo che il presidente Donald Trump ha approvato la richiesta del segretario alla Difesa Pete Hegseth. “Faremo in modo che le persone possano guardarla, che sia pubblica”, ha dichiarato quest’ultimo a Real America’s Voice. Se eseguita, sarà la prima condanna a morte portata a termine dalle forze armate statunitensi dal 1961 e la prima fucilazione militare dalla Seconda guerra mondiale.

Ma chi è l’uomo al centro di una delle pagine più sanguinose della storia militare americana? Nato ad Arlington, in Virginia, nel 1970, da una famiglia di origini palestinesi, Hasan era cresciuto nei dintorni di Roanoke. Il padre, emigrato dalla Cisgiordania, gestiva alcuni locali. Il figlio aveva scelto una strada completamente diversa: l’esercito, gli studi in biochimica alla Virginia Tech e poi la laurea in medicina nel 2003. Era diventato psichiatra militare al Walter Reed Army Medical Center, una delle strutture sanitarie più importanti delle forze armate statunitensi. Una carriera apparentemente brillante, dietro la quale si nascondevano crescenti tensioni personali e professionali.

Un uomo riservato, profondamente religioso, progressivamente isolato: questo il ritratto fatto dalla stampa statunitense. Nel 2001 aveva perso la madre Nora, malata di cancro, alla quale era particolarmente legato e che aveva assistito personalmente per quasi due anni. Negli anni successivi aveva cercato ripetutamente una moglie, rivolgendosi – senza successo - anche agli imam delle moschee che frequentava.

Nel frattempo, però, erano aumentati i contrasti con l’ambiente militare. Hasan contestava apertamente le guerre americane in Iraq e Afghanistan, che considerava parte di un conflitto contro l’Islam. Secondo quanto riferito dai familiari, aveva cercato di lasciare l’esercito, arrivando a consultare un avvocato. Non risulta tuttavia che avesse presentato una richiesta formale di congedo per obiezione di coscienza.

Un altro elemento emerso dalle inchieste riguarda i contatti con Anwar al-Awlaki, predicatore radicale americano residente nello Yemen e vicino all’estremismo jihadista. Nel 2008 Hasan aveva scambiato alcune email con lui, attirando l’attenzione degli investigatori federali. All’epoca, tuttavia, un analista della Difesa aveva ritenuto che quelle comunicazioni fossero compatibili con i suoi interessi di ricerca. La carriera proseguì e nel maggio 2009 arrivò persino la promozione a maggiore.

Pochi mesi dopo fu trasferito a Fort Hood, dove avrebbe dovuto occuparsi della valutazione psicologica dei militari in partenza per le missioni all’estero. Anche lui era destinato all’Afghanistan, una prospettiva alla quale si opponeva. Nei giorni precedenti alla strage, secondo il Washington Post, iniziò a distribuire ai vicini oggetti personali, vestiti, generi alimentari e copie del Corano. Comportamenti ai quali soltanto successivamente sarebbe stato attribuito un possibile significato.

Il 5 novembre 2009 entrò nel Soldier Readiness Processing Center della base texana e aprì il fuoco contro i militari presenti. Gridò “Allah Akbar” e sparò ripetutamente, uccidendo tredici persone e ferendone altre trentadue. Fu fermato dai colpi degli agenti intervenuti sul posto, che lo lasciarono paralizzato dalla vita in giù. Nel 2013, durante il processo davanti alla corte marziale, ammise la propria responsabilità e sostenne di aver agito perché riteneva di trovarsi dalla parte sbagliata di una guerra contro l’Islam. Fu condannato a morte per omicidio premeditato.

Ora, a diciassette anni dal massacro, la vicenda torna al centro dell’attenzione americana. Hasan potrebbe ancora tentare un ricorso giudiziario straordinario, con la possibilità di rinviare l’esecuzione.

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