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Cronaca locale

Armi, orsi e violini... Ciò che in aeroporto a volte passa, altre no

Da una pelliccia d’animale spacciata per surgelato a una penna pistola, fino a carte di credito diventate lame

Sea, finanziamento sostenibile di 350 milioni per Malpensa e Linate

Nel cuore dello scalo merci dell’aeroporto di Milano Malpensa, dove ogni giorno transitano tonnellate di pacchi e migliaia di dichiarazioni doganali, si cela un mondo che pochi conoscono: quello degli oggetti impossibili, dei documenti mancanti, delle pelli d’orso spacciate per pesce surgelato.

Giuseppe Adamo, coordinatore del servizio Antifrode di partenza dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, ci lavora dal 2008. L’incontro con lui e il dirigente delle Dogane e dei Monopoli dello scalo, Fabrizio Meroni, si è svolto nei loro uffici, una città nella città. Malpensa, infatti, non è un aeroporto qualunque: è un Posto di Ispezione Frontaliera riconosciuto a livello europeo, uno dei pochi scali attrezzati per gestire anche le merci deperibili prodotti ittici, animali vivi, materiale organico grazie a una «linea del freddo» che pochi altri varchi possono garantire.

Proprio su questo dettaglio ha inciampato uno spedizioniere poco accorto: una scatola dichiarata come merce deperibile, indirizzata al settore del freddo nella convinzione sbagliata che lì i controlli fossero più blandi. Dentro, oltre a quanto dichiarato, è stata rinvenuta una pelle d’orso bruno asiatico, priva della documentazione Cites richiesta per le specie protette. La pelle, lavorata, sarebbe potuta diventare una pelliccia in perfetta regola. Così, invece, resta sequestrata.

Un episodio non isolato. Negli ultimi mesi il team di Adamo ha messo le mani su un uovo di dinosauro fossile, su scheletri di coccodrillo importati dalla Cambogia con un mismatch documentale, e su un carico di cactus rarissimi una forma di peyote arrivati dalla Thailandia senza alcun titolo. Sequestrati, sono stati donati all’Orto Botanico di Milano.

Il capitolo più curioso riguarda però il patrimonio culturale. Un viaggiatore giapponese, fermato al Terminal 1, dichiara di avere con sé due violini e quattro archetti. Insospettito, l’ufficio dirotta tutto al cargo. La perizia dell’Istituto liutario di Cremona rivela l’inaspettato: uno strumento riconducibile a un Gaetano del 1951, l’altro a un Sabini del 2007, per un valore complessivo superiore ai 100mila euro. Nessun furto, nessun dolo: dopo il sequestro cautelativo, i violini sono tornati al loro proprietario.

Ma è l’e-commerce, oggi, il vero fronte caldo: circa 25 milioni di dichiarazioni l’anno passano da Malpensa, gateway internazionale delle spedizioni postali extra-UE. Un’operazione coordinata con la Commissione Europea ha fatto emergere un campionario surreale di giocattoli pericolosi e soprattutto un mercato parallelo di finti farmaci: pillole che promettono di cambiare sesso, di curare qualunque malattia, di rendere «super forti e super intelligenti». Le analisi hanno rivelato principi attivi disomogenei da confezione a confezione. I siti che li vendevano sono stati chiusi in tutta Europa. Sorvegliati speciali anche i precursori del fentanyl.

Non manca il lato più action del mestiere. Un pacco DHL, tracciato per settimane insieme alla Guardia di Finanza, si rivela contenere un impianto karaoke perfettamente funzionante troppo perfettamente. Smontato e rimontato, avanza un pezzo: riconosciuto come parte di uno skimmer per bancomat, apre le porte a un’indagine sulla clonazione di carte legata alla Direzione Distrettuale Antimafia di Torino.

Dietro ogni sequestro c’è una macchina che lavora in anticipo: dal 2000 un memorandum consente alla Dogana di accedere ai sistemi informatici dei principali corrieri aerei, incrociando i dati con quelli della Guardia di Finanza. Solo il 3% dei flussi viene fisicamente controllato, ma un’intelligence mirata rende quella percentuale tutt’altro che casuale.

A Milano Linate, invece, la specialità della casa non è l’oggetto esotico ma l’oggetto assurdo quello che ti costringe a chiederti chi, la mattina, si sia svegliato pensando «oggi porto il machete in aeroporto» senza che nessuno, in famiglia, lo fermasse sulla porta. Il quadro completo è arrivato parlando con la dirigente della Polaria Marzia Giustolisi e con l’ispettore Ciro Spigonardo, dell’ufficio sicurezza, oltre che Salvatore De Bartolomeis, reggente dell’ufficio di Polizia di Frontiera. Da queste parti il lavoro sporco non lo fa la dogana ma la sicurezza, quella che sta dietro ai metal detector: dal 2015 ci sono macchine sempre più performanti, capaci di distinguere gli articoli «proibiti» da quelli «esclusivi», una tassonomia che suona da manuale filosofico e che in realtà significa, banalmente, coltelli, proiettili, e tutto ciò che secondo il Piano Nazionale di Sicurezza non può stare in cabina.

Infine c’è l’episodio di cui, a quanto pare, non ha mai parlato nessuno: l’ottobre scorso, nello scalo di Orio al Serio, è stata sequestrata una penna che in realtà era una pistola sofisticatissima, perfettamente funzionante, e a giudicare da come ne parlano ancora oggi negli scali del Nord, molto più pericolosa di quanto il nome «penna» lasci immaginare.

La regola aurea è che quasi nulla è davvero illegale: è solo fuori posto. Il coltellino svizzero è perfettamente legittimo lo puoi tenere in tasca, regalarlo a un nipote ma se la lama supera i cinque centimetri e mezzo, in cabina diventa clandestino. La stessa lama, nella stiva, torna a essere un oggetto qualunque. Non conta cosa sei, conta dove ti trovi.

Le cose più trovate restano le più prevedibili proiettili spaiati, armi da taglio dimenticate ma quelle più raccontabili sono altre. Ci sono le donne e i loro storditori elettrici: non i modelli da film d’azione, ma i piccoli deterrenti per cani che si portano a correre o quando si esce la sera, dimenticati nella borsa. Lo spray al peperoncino è ancora più diffuso libera vendita, ma vietato a bordo e viene sequestrato con una regolarità che dice più sulla percezione dell’insicurezza urbana che su qualunque statistica.

Poi c’è stata l’epoca, prima del Covid, delle carte di credito che non erano carte di credito: piccoli rettangoli di plastica che, piegati nel modo giusto, si trasformavano in lame di quattro centimetri e mezzo. Circolavano soprattutto tra i ragazzi sotto i trent’anni, scovate probabilmente online. Molte procure archiviavano, ma la segnalazione era comunque obbligatoria: chi voleva solo «tagliare il pane durante il volo» la giustificazione più gettonata si ritrovava con un procedimento penale aperto per una lametta camuffata da bancomat.

C’è stata anche una cartuccera da guerra, funzionante, sequestrata a chi giurava servisse «per delle fotografie». E ci sono, con una frequenza che ha del comico, i giubbotti salvagente rubati dall’aereo come souvenir: peccato che dentro ci sia una piccola carica esplosiva per il gonfiaggio, che manda in allarme i rilevatori e trasforma la burla goliardica in un problema serio, perché un aereo privo di quel dispositivo non può volare.

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