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Cronaca locale

Dagli ospedali psichiatrici alla Milano da bere

L’obiettivo di Carla Cerati immortala la realtà in modo efficace ma delicato

Presentazione alla stampa della mostra fotografica di Carla Cerati a Palazzo Reale, Milano 25 Settembre 2026 ANSA/MATTEO CORNER

Carla Cerati era un tipino particolare: chi l’ha conosciuta la descrive silenziosa, a tratti sfuggente. Di fatto, era il suo modo di stare al mondo per immortalarlo, il mondo. Lo racconta a Palazzo Reale la mostra «Carla Cerati. Plurale femminile. Fotografia e scrittura 1926-2026», realizzata per i cento anni della nascita e a dieci anni dalla morte di questa donna che fece della macchina fotografica uno strumento di conoscenza della realtà e della scrittura un luogo di recupero della memoria. Curata con intelligenza e passione da Giovanna Calvenzi, Elena Ceratti (figlia dell’artista: la doppia t del cognome è un errore dell’anagrafe) e da Mariateresa Cerretelli presenta 200 opere fotografiche e, nell’ultima sezione (forse un po’ sacrificata), libri e documenti d’archivio di questa bergamasca diventata milanese d’adozione che,

dopo gli studi di scultura all’Accademia di Brera, predilesse poi la fotografia. All’inizio sono «scatti rubati»: Carla esce la sera, immortala la gente del teatro o in giro per Milano, di giorno si dedica alla famiglia. Poi, dagli anni Sessanta, rivendica il suo essere una professionista: magistrale, nel ’69, il volume pubblicato da Einaudi «Morire di classe», reportage realizzato con Gianni Berengo Gardin negli ospedali psichiatrici italiani prima della Legge Basaglia, che sancì la definitiva chiusura di quel genere di nosocomi. In mostra alcuni di quegli scatti sono raccolti in una delle prime sale: dimostrano bene di che pasta è fatta la fotografia di Cerati. È realistica, eppure rispettosa dei malati ritratti. Con un allestimento originale che include diverse sedute in sala (un buon modo per gustarsi con calma le foto), vediamo poi Cerati immortalare una

Milano che cambia: dal cantiere della metropolitana rossa, a una via Melchiorre Gioia che ci pare oggi irriconoscibile. Cerati è attenta non solo ai mutamenti architettonici, ma anche a quelli sociali: immortala il processo a Camilla Cederna, quello a Lotta Continua, gli scioperi generali, le rivolte studentesche. Sul finale la mostra regala un graffiante ritratto della «cocktail society», la «Milano da bere» che sarebbe esplosa a metà degli anni Ottanta. Cerati immortala tutto: il teatro, il paesaggio, il nudo femminile e, complice il marito Roberto, per anni ai vertici dell’Einaudi, l’intellighenzia del tempo, da Vittorini a Calvino (suo mentore nella scrittura), da Montanelli a Strehler.

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