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Cronaca locale

“Doppia Curva”, la pista calabrese dietro due omicidi e il verbale inedito

Dopo l’ultrà pentito Ferdico ora confessa pure il papà ritenuto, con Beretta, uno dei mandanti

L'eliminazione di Boiocchi "alla base della saldatura tra le curve di Inter e Milan"

Una pistola arrivata dalla Calabria, personaggi in odore di ‘ndrangheta che «tifano» per decapitare le curve di San Siro, faide che rischiano di riaccendersi. In mezzo l’omicidio di Vittorio Boiocchi il 29 ottobre 2022 e Antonio Bellocco, ucciso a coltellate il 4 settembre 2024 a Cernusco sul Naviglio dal capoultrà nerazzurro Andrea Beretta detto Berro. Alle centinaia di pagine di verbali del suo ex braccio destro Mario Ferdico si aggiungono quelle di pochi giorni fa di suo padre Gianfranco Ferdico, considerato dai pm un altro dei potenziali mandanti dell’omicidio Boiocchi assieme a Beretta, con presunti esecutori materiali Andrea Simoncini (padre della moglie di Ferdico Aurora) e Daniel D’Alessandro. A quanto risulta al Giornale, emergerebbe il ruolo dell’ex vocalist nerazzurro Mauro Nepi, chiamato in causa anche da Ferdico senior, ormai convinto a collaborare con la giustizia: Nepi sarebbe stato «impaziente di eseguire l’omicidio» come soluzione per prendere il controllo della curva nerazzurra, sarebbe stato lui a portare i 50mila euro di compenso a Ferdico ma sarebbe stato estromesso dai proventi della gestione della curva, tanto da meditare di andare a rubare i soldi e le armi che Beretta avrebbe dovuto tenere in casa. Invano il padre Gianfranco avrebbe provato a dissuadere il figlio a «parcheggiare Boiocchi» salvo poi aiutarlo a pianificare l’agguato, la custodia della moto usata e le armi da usare dopo averne scartato una con silenziatore arrivata dalla Calabria.

In diversi interrogatori, ai pm Paolo Storari e Stefano Ammendola e a Giovanni Musarò della Dna, i due Ferdico avrebbero raccontato altri retroscena sugli appetiti delle cosche, tutti omissati.

Sappiamo di un telefono criptato affidato a Ferdico jr da due personaggi legati alla cosca Idà-Emanuele. Una volta rivelato loro il piano omicidiario, Simoncini avrebbe dato l’ok a Ferdico («chi doveva sapere sa»). Il controllo della curva sarebbe finito a Bellocco, rampollo del potente casato di ‘ndrangheta. Lui e Ferdico avrebbero voluto uccidere Beretta perché avrebbe sottratto soldi alla società di merchandising in comune ma Berro li ha anticipati grazie forse a una soffiata di D’Alessandro che Ferdico jr chiama «il traditore» e che pianificava di uccidere. Sarà invece Beretta a scannare l’amico Bellocco e a pentirsi (come rivelato dal Giornale) per non restare vittima della spietata cosca. Sappiamo anche del mancato intervento di un barbiere in odore di ‘ndrangheta per non riaprire vecchie faide calabresi.

«Colpisce un linguaggio basico, da sottoposti, con poca capacità di visione o di analisi. Né Beretta, né Ferdico emergono come leader, sembrano più rozzi, disarticolati e con una ‘ndrangheta evocata come taumaturgica», spiega al Giornale Klaus Davi, il primo a sostenere la pista tra gli omicidi e la Calabria. Oggi lo confermano le decine di pagine completamente omissate e l’attenzione dell’Antimafia guidata da Giovanni Melillo con la presenza dell’esperto Musarò agli interrogatori. «A due anni di distanza la Procura continua a scavare, chissà...», sottolinea Davi. Chi ha letto i verbali riferisce che c’è grande attenzione sul ruolo di Simoncini, suocero di Ferdico, e sul suo passato in Calabria da sedicente killer ‘ndranghetista. Peraltro, questa estate il funerale a Soriano di Antonio Macrì, nonno incensurato della moglie di Ferdico, si era svolto in forma privata su ordine del questore di Vibo Rodolfo Ruperti, come documentato proprio da Klaus Davi. Emerge anche la posizione dell’ultrà Matteo Norrito, già condannato per Doppia Curva: avrebbe persino suggerito un’aggressione mortale a Boiocchi «a pugni». La moglie di Norrito è la «ragioniera» di Luca Lucci, alter ego rossonero di Beretta, condannato in primo grado per il tentato omicidio di Vittorio Anghinelli del 2019 e alla sbarra per traffici di droga anche in Calabria. A garantire la curva rossonera sarebbero i sanlucoti Sarino Trimboli e il dutturicchio Giuseppe Calabrò, il boss invisibile condannato a Como per il rapimento e la morte di Cristina Mazzotti nel 1975.

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