Milano da ieri ha il fiato corto. C’è una città intera che si volta a guardare San Siro e non trova più, in quel prato verde acceso dai riflettori, il passo di chi lo ha reso sacro. All’ospedale Humanitas di Rozzano a 66 anni se n’è andato Franco Baresi, in punta di piedi, come sanno andarsene solo quelli che alla città non hanno mai chiesto niente, restituendole tutto. Da un anno lottava contro le conseguenze di un intervento ai polmoni, ma la malattia, stavolta, non gli ha lasciato nemmeno il tempo di un ultimo giro di campo vero, di quelli che si fanno con la maglia sudata addosso.
Glielo aveva già regalato il destino, quell’ultimo giro di campo. Il 6 febbraio scorso, sotto un cielo di Milano attraversato dai fuochi e dalla musica di Bocelli, Baresi era entrato a San Siro con la fiaccola olimpica stretta tra le mani, accanto a Beppe Bergomi. Due capitani, due bandiere, due Milano diverse quella rossonera e quella nerazzurra che per una sera si sono tenute per mano davanti al mondo intero. Bergomi lo ha raccontato con la voce che si spezza: poco prima di entrare in campo, Baresi gli aveva sussurrato «Beppe, se mi vedi in difficoltà dammi una mano». Sapeva, forse, che quelle luci non le avrebbe più riviste accese per lui. E quando Bergomi, angosciato per le sue condizioni, gli aveva confidato la propria ansia, era stato proprio lui, Franco, a rassicurarlo con quel sorriso mai smentito in una vita intera: «Non preoccuparti, Beppe, ne abbiamo passate tante insieme. Ce la faremo anche questa volta». Non ce l’ha fatta invece. Ma quella sera resterà per sempre l’ultima fotografia di un capitano che a San Siro aveva lasciato il cuore, prima ancora della fascia.
Milano lo piange come piange solo i suoi. Il sindaco Beppe Sala, di fede dichiaratamente interista, non ha avuto esitazioni: «A nome di tutta la città di Milano esprimo profondo cordoglio per la scomparsa di Franco Baresi. Non solo una bandiera del Milan, ma un simbolo di dedizione e lealtà che ha reso grande questa città e l’Italia nel mondo». Parole che a Milano pesano doppio, perché arrivano da chi, davanti a Baresi, ha saputo deporre le armi del campanile.
Il Milan, la sua unica casa per vent’anni, ha scelto parole che sembrano incise: «Non è semplice comunicare la perdita di un battito del nostro cuore, di uno dei respiri della nostra anima». E poi, quasi un ordine sussurrato a distanza: tutti i milanisti devono provare, oggi, a essere all’altezza di Franco Baresi.
La vera casa di Franco era stata per tanti anni via Verri, cuore centralissimo di Milano, quel Milan Point dove lo si vedeva arrivare senza scorta e senza clamore, sedersi a un tavolino con la moglie Maura, scambiare due parole misurate con chi lo riconosceva. Un uomo giunto in città orfano a 13 anni, bocciato a un provino dall’Inter perché «troppo gracile», che a Milano aveva poi costruito ogni cosa: la carriera, la famiglia, la vita intera, in silenzio, con i figli Edoardo e Giannandrea cresciuti lontano dai riflettori per scelta precisa di entrambi i genitori.
Mentre l’assessore regionale Gianluca Comazzi (FI) propone di intitolargli la curva sud del nuovo San Siro, martedì 4 agosto, alle 11, Milano si fermerà davanti alla basilica di Sant’Ambrogio per l’ultimo saluto al suo capitano eterno. Lunedì la camera ardente, in forma privata, per lasciare alla famiglia il tempo del dolore prima di quello, inevitabile, della città. Sarà un funerale sobrio, come lui, in una basilica che di lutti milanesi ne ha visti attraversare per secoli, per dare l’addio a chi quella storia, per vent’anni, l’ha scritta con una fascia al braccio e un numero sei che, da ieri, resterà per sempre appeso a mezz’aria, tra San Siro e via Verri.
