È un mercato aperto 24 ore su 24 e i «venditori di morte» sono senza scrupoli, business is business, anche se chi si avventura nel boschetto ha tredici-quattordici anni e lo zaino da scuola sulle spalle. Nel libro «Nel bosco di Rogoredo, l’altra faccia di Milano» firmato dallo psicologo ed educatore Simone Feder che da dieci anni coordina il Team Rogoredo, un’ottantina di volontari che offrono aiuto e assistenza, in quello che viene definito un «non luogo», le regole del market sono ricostruite molto bene. Sempre aperto, Pasqua e Natale compresi, anche durante la pandemia («il problema è che non essendoci genere in giro non si sapeva a chi chiedere qualche monetina per comprare la roba»). Lo spaccio è gestito da 25-30 persone organizzate su più turni. Il primo è quello delle sette del mattino fino a mezzogiorno, «poi un cambio verso le quattro del pomeriggio per arrivare alle dieci di sera e finire con i notturni alle 2 e alle 7 del mattino. Ogni giorno 6-7 persone lavorano così per ognuna delle due pese, dove i pusher armati di bilancia smerciano la roba. I clan marocchini da una ventina d’anni, forse più, si sono impossessati del mercato». Forse prendono 100-150 per quattro o cinque ore, «hanno tra i sedici e in 30 anni racconta Feder. E sottolinea che è «l’unico luogo a Milano e dintorni dove non sei costretto a comprare la bustina, la dose intera, ma la vendita è effettuata a punti. Un punto di nera, l’eroina, vale due euro. Cinque punti, dieci euro, sono mezzo grammo di roba. La bianca, la cocaina, costa un po’ di più. Il taglio minimo è un punto di cinque euro e a volte i ragazzini comprano cinque euro di bianca, cinque di nera e si fanno uno speedball. Se vuoi un grammo di coca spendi al massimo 50 euro ma il prezzo va a periodi. C’era il momento in cui veniva venduta a 30 o 70». E viene srvita «su quello che hai, in mano o su un pezzo di carta, niente packaging». L’utenza è cambiata negli ultimi anni dice, «accanto agli italiani è cresciuta una popolazione formata da numerose etnie. Molti sono asiatici, ci sono i più giovani. Con la possibilità dei tagli minimi si è fidelizzata la clientela nel tempo perchè in città e nei dintorni non ci sono luoghi simili. Alla Certosa di Pavia con due euro non compri nulla e in più devi andare a farti da un’altra parte, idem a Bollate, al Giambellino la coca si compra negli appartamenti».

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