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Cronaca locale

La mappa del saccheggio: telefonini, scarpe e pensiline distrutte

La mappa dei negozi presi di mira domenica sera

IPA89820283 - Milano, 17/10/2026, Corso Vittorio Emanuele, I danni dopo gli scontri della manifestazione contro il caro vita in foto: Il negozio Foot Locker saccheggiato vetrina distrutta

Nel 1977, a Milano, quando qualcuno sfondava una vetrina aveva almeno la decenza di scriverci sopra un comunicato. Si chiamava esproprio proletario, e il giorno dopo un ciclostilato spiegava che era stata colpita la merce in quanto simbolo del capitale. Era una scusa, ma con la bibliografia. Domenica sera, tra via Torino e San Babila, la bibliografia non c’era. C’era la merce, e basta.

Alla Vodafone di corso Garibaldi hanno rubato i telefonini. Nessun obiettivo politico, nessuna multinazionale da punire: c’era lo smartphone nuovo da portarsi a casa. È la prima rivolta della storia in cui il bottino serve a documentare la rivolta: il telefono rubato alle 21, la storia su Instagram alle 21.05.

Foot Locker, in San Babila, è stato visitato due volte, e due volte saccheggiato. Le scarpe da ginnastica sono la valuta corrente di una certa adolescenza, quella che non sa quanto costa un affitto ma sa al centesimo quanto vale un modello in edizione limitata.

Il resto del percorso ha la coerenza di un pomeriggio al centro commerciale. La Levi’s per i jeans, Under Armour e Decathlon per la tuta, il Surplus per lo stile militare che fa sentire pericolosi anche chi la mattina si fa svegliare dalla mamma. Il negozio della Champions in via Torino, perché la maglia ufficiale costa troppo. Il Carrefour, Starbucks.

Poi ci sono i bersagli senza bottino, i più istruttivi. La porta laterale della Rinascente, buttata giù forse per entrare, forse per vedere se cadeva. E una decina di pensiline Atm, distrutte perché erano lì, e nessuno diceva di smettere.

Chi cerca un’ideologia resterà deluso. Non c’è la rabbia delle periferie contro il centro, perché il centro è esattamente dove questi ragazzi vogliono stare. Non c’è l’odio per il capitalismo, che anzi è amatissimo, purché gratuito. Molti di quelli che correvano insieme nemmeno si conoscevano: appuntamento sui social, come per una festa.

Ed è la notizia peggiore. Una rivolta con un’idea si può contestare, persino capire. Una che si esaurisce in un paio di scarpe nuove dice soltanto che per una generazione la città è una vetrina, e la vetrina è un invito. E che, tra le 21 e mezzanotte di una domenica, nessuno di quelli che dovevano sapere dove fossero se lo stava chiedendo.

Nel 1977 almeno il comunicato lo firmavano. Domenica sera la firma l’hanno lasciata alle telecamere, con il cappuccio tirato su e il telefono nuovo in mano a riprendere.