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Cronaca locale

La vita dopo Crans. “L’ho vista sfuggire, non voglio perderla”

Leonardo ha 16 anni ed è sopravvissuto al rogo del “Constellation”: non pensa ai Moretti, non tornerà mai lassù

Miracolo Leonardo Bove, 16 anni, è vivo ma ha ustioni su oltre metà del corpo e danni permanenti alla pelle

Ha 16 anni, è milanese, studia al liceo Virgilio e ha un’unica vera fede: l’Inter. Fino allo scorso Capodanno la sua vita assomigliava a quella di qualunque sedicenne italiano. Poi è arrivata la notte del «Le Constellation» di Crans-Montana, l’incendio che ha divorato quarantuno vite e Leonardo si è ritrovato dentro una storia che non aveva scelto: ustioni su oltre metà del corpo, i polmoni bruciati dal fumo, un ricovero d’urgenza in Svizzera e poi sei mesi e mezzo al Niguarda di Milano, tra medicazioni, innesti e silenzi.

È uscito da poco. Cammina ancora piano, come chi ha imparato sulla propria pelle letteralmente che il tempo va centellinato. E ha fatto una cosa che nessuno si aspettava da un ragazzo della sua età: ha parlato, non per raccontarsi come vittima, non per chiedere solidarietà, non per intestarsi una battaglia. Ha detto tre cose, con una nettezza che sui sedici anni suona quasi fuori misura. «Sui Moretti non penso niente, non mi interessano - ha detto all’Ansa - Mi interessa solo la mia vita. L’ho vista sfuggire una notte e non voglio più perderla». Poi, senza cambiare tono: «Sono un uomo e una donna adulti. Si sono presi la responsabilità di aprire un locale, devono prendersi la responsabilità anche per quello che è successo». E infine, la frase che chiude ogni discorso: «A Crans-Montana non tornerò mai più. Lo voglio cancellare dalla mia vita».

Non c’è un grammo di rabbia in queste parole. C’è qualcosa di più difficile da maneggiare: una gerarchia. In cima sta la sua esistenza, quella che una notte è quasi andata in cenere insieme a quarantuno persone che non hanno avuto la sua fortuna. Solo dopo, en passant, arriva il giudizio sui gestori del locale. E arriva disarmato: niente insulti, niente teoremi, nessun appello alla giustizia penale. Solo il richiamo secco a una responsabilità che, per lui, è elementare hai aperto un locale, rispondi di quello che dentro quel locale è successo. È una posizione scomoda, perché non si presta né alla retorica della vittima eterna né a quella del perdono facile e consolatorio. Leonardo non odia i Moretti, ma non li assolve nemmeno. Non cerca vendetta, ma non accetta neppure che si archivi tutto con un «è andata così». Soprattutto, non vuole che quella notte continui a occupare stanze nella sua testa. Ha scelto di cancellare il luogo, prima che il luogo cancelli lui. Dopo mesi di sale operatorie e fisioterapia, le sue parole suonano come un atto di riappropriazione. La vita è di nuovo sua, e non ha intenzione di spenderla a inseguire fantasmi o processi mediatici. Preferisce tornare a San Siro a tifare Inter, chiedere un gelato agli amici, continuare a sognare banalmente, ostinatamente di giocare a calcio.

«Quando ci hanno detto che Leo era vivo, abbiamo festeggiato ovviamente, ma in un’altra stanza vedevamo l’altra famiglia. E io sono andato dal padre a chiedere scusa perché ho gioito. La gioia ti fa esplodere però nello stesso tempo mi sono immedesimato subito in lui, perché se il mio è vivo, il tuo non c’è più» conclude Gabriele Bove. L’altra famiglia era quella di Achille Barosi, una delle sei vittime italiane della tragedia, e proprio nel giorno in cui Achille avrebbe compiuto 17 anni, Leonardo è stato dimesso da Niguarda

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