Nella “rossa” Livorno, gli agenti di polizia andranno “a scuola di arabo”. E l’iniziativa, com’era prevedibile, ha già sollevato polemiche ancor prima di iniziare a tutti gli effetti. Fuori di metafora, il Comune toscano (amministrato dalla giunta di sinistra di Luca Salvetti) ha presentato stamani un progetto pilota, non privo di tratti surreali, “dedicato alla conoscenza di base della lingua araba e all’approfondimento di alcuni aspetti culturali utili nell’attività quotidiana degli operatori delle forze di polizia”. Il piano in questione si chiama “Comprendersi per operare meglio” ed è stato promosso da alcune sigle sindacali (Unarma, Usif, Silp Cgil, Silf e Uil Fp) in collaborazione con il Consiglio di Zona 1, la Comunità musulmana livornese e il security manager del Comune di Livorno. In una nota dello stesso Comune di Livorno, si legge che l’obiettivo di questo progetto è “di fornire strumenti linguistici elementari utilizzabili nel primo contatto con il cittadino, nelle situazioni di emergenza e nelle più comuni attività di servizio”, ovvero “espressioni di uso comune utili nella pratica: numeri, generalità, documenti, richieste essenziali e terminologia collegata all’attività operativa rappresenteranno alcuni degli ambiti sui quali sviluppare la formazione”. Un’iniziativa che, com’era facilmente immaginabile, sta già facendo discutere nel capoluogo labronico e ha già sollevato polemiche. Sul tema sono intervenuti ad esempio Susanna Ceccardi e Carlo Ghiozzi, rispettivamente europarlamentare della Lega e capogruppo della Lega in consiglio comunale a Livorno.
“A Livorno si sovverte tutto, persino il significato dell’integrazione. Anziché chiedere a chi arriva di imparare l’italiano, si propone di insegnare l’arabo ai nostri poliziotti. Una logica capovolta, che contestiamo con la massima fermezza. Secondo quanto riportato, l’iniziativa coinvolgerebbe il security manager, figura voluta dal sindaco, il Consiglio di zona e la comunità musulmana. Se questi sono i presupposti, siamo davanti a una follia politica: si finisce per chiedere ai rappresentanti delle istituzioni di adattarsi linguisticamente a chi, invece, dovrebbe essere accompagnato e responsabilizzato nell’apprendimento della lingua del Paese che lo accoglie – hanno attaccato - la comunità musulmana dovrebbe impegnarsi prima di tutto affinché tutti i suoi membri imparino l’italiano, promuovendo corsi e chiedendo un impegno concreto nella frequenza. E’ questa la strada che favorisce autonomia, lavoro, comprensione delle regole e partecipazione alla vita della città. L’integrazione richiede responsabilità e doveri condivisi, a partire dalla possibilità di comunicare nella lingua del Paese in cui si sceglie di vivere. Ai nostri poliziotti servono personale, strumenti, formazione operativa e sostegno istituzionale. Chiediamo di conoscere finalità, promotori, eventuali costi e autorizzazioni di questa iniziativa”.
E su queste basi, i due esponenti del Carroccio labronico chiedono chiarezza, rivolgendosi anche al Ministero dell’Interno. “Il Comune chiarisca anche quale ruolo abbia avuto il security manager e quali impegni siano stati assunti – concludono Ceccardi e Ghiozzi - rivolgiamo un appello al Ministero dell’Interno e al prefetto di Livorno, affinché facciano chiarezza e riportino serietà nelle priorità della sicurezza e dell’integrazione. Chiediamo inoltre di ascoltare le organizzazioni sindacali delle forze di polizia, tra cui Unarma, Usif, Silp Cgil, Silf e Uil, anch’esse coinvolte nel confronto su questa iniziativa e sulle reali esigenze operative degli agenti. La nostra posizione è netta: no a una scuola d’arabo presentata come risposta all’integrazione dei nostri poliziotti; sì alla scuola d’italiano per tutti gli immigrati che vogliono rimanere sul nostro territorio. A Livorno si torni a chiedere rispetto delle regole e impegno a chi viene accolto”
