Qualcuno l’ha visto. Un camion cisterna, pesante, silenzioso, che attraversava la frazione di Ponte Vecchio in un momento imprecisato tra venerdì e sabato. Nessuno ha fatto caso alla targa. Nessuno, in quel momento, poteva immaginare che quel mezzo se davvero è lui il colpevole stesse per trasformare 28 chilometri di acqua in una ferita nera che dal Magentino sarebbe arrivata fino al cuore di Milano.
È da qui, da un ricordo sfocato e da un paio di frasi raccolte a caldo dagli inquirenti, che riparte l’inchiesta della procura di Milano sullo sversamento di idrocarburi nel Naviglio Grande. Un fascicolo aperto contro ignoti, coordinato dalla pm Giulia Floris, con la supervisione dell’aggiunto Paolo Ielo che si occupa anche di reati ambientali e del procuratore Marcello Viola. Sulla carta, un’indagine per inquinamento delle acque. Nella sostanza, la ricostruzione di un giallo che profuma di gasolio e di premeditazione.
I testimoni non sono molti, e le loro parole restano avvolte in quella nebbia tipica delle deposizioni raccolte troppo tardi, quando il ricordo comincia già a sbiadire. Ma è bastato quel dettaglio un mezzo pesante, una cisterna, un orario compatibile per orientare le indagini verso un’unica direzione: quella di un tombino nei pressi del Naviglio Grande, punto che gli investigatori considerano l’origine più probabile dello sversamento.
I carabinieri stanno ora ricostruendo ogni fotogramma disponibile, setacciando le immagini delle telecamere della zona nella speranza di intercettare quel camion, o quantomeno di confermarne il passaggio. È un lavoro certosino, fatto di incroci tra orari, percorsi possibili e la geografia delle telecamere private e pubbliche di una frazione che, fino a pochi giorni fa, nessuno avrebbe mai immaginato al centro di un caso ambientale di questa portata.
Perché di dolo, ormai, si parla apertamente. L’ipotesi di un guasto tecnico o di un cedimento strutturale, circolata nelle prime ore di caos, ha lasciato il passo a uno scenario più inquietante: uno sversamento volontario, calcolato, nelle fognature. Un gesto che se confermato avrebbe potuto provocare un disastro ambientale ben più grave, evitato solo dalla rapidità con cui vigili del fuoco e tecnici sono riusciti a contenere la macchia oleosa prima che raggiungesse dimensioni fuori controllo.
