Nove fermate di metropolitana, «dalle boutique di Montenapoleone alla fermata di Rogoredo», appena 7 chilometri. E cambia il mondo, si entra nel «mercato della morte», nel «santuario della disperazione», un «non luogo» come lo chiama Simone Feder, psicologo ed educatore che ha scritto il libro «Nel bosco di Rogoredo, l’altra faccia di Milano. Storie di giovani e droga, di resistenza e umanità» (edizioni Zolfo). Ogni pagina (sono 224) è un pugno nello stomaco. È una realtà che conosce benissimo visto che da dieci anni coordina il «Team Rogoredo», un gruppo di volontari che il mercoledì sera offre ai tossicodipendenti aiuto, cibo, acqua, una coperta, scarpe («se le vendono per una dose»), medicazioni. Ascolto. Cercano di agganciarli, accompagnarli verso un percorso di comunità. E Feder lancia l’allarme sui giovanissimi che frequentano il boschetto, «si sentono soli, non riescono più ad affrontare le fatiche della crescita, ci vanno perché fa figo, ragazzi di famiglie normali. Figli nostri, che vanno a scuola, di 14 o 16 anni, già polidipendenti. In comunità ho seguito anche 12-13enni. Per questo dobbiamo essere più tempestivi, prenderli prima che sia troppo tardi».
Al Giornale Feder racconta che molte volte con il Team «cerchiamo di impedire che i ragazzini si avventurino nel boschetto, facciamo catene umane, gridiamo polizia». Ma è una goccia nel mare. «Con le scuole pavesi monitoriamo anche gli spostamenti in treno, abbiamo persone che lanciano gli all’erta quando arriva il passante S13 da Pavia, spesso ci sono studenti che escono prima da scuola, vanno a Rogoredo, acquistano, consumano sul posto e nel giro e un’ora e un quarto ripartono». Ultimamente incontra «ragazzi che usano soprattutto cocaina e crack, oggi molto più aggressivi a livello psicologico. È importante esaminare quali sostanze girano per intervenire». Racconta che sta partendo proprio in questi giorni un nuovo servizio in collaborazione con Ats Città Metropolitana, «vengono allestite vere e proprie postazioni mobili Sert sul posto, significa uscire dagli ambulatori e andare incontro al disagio. Siamo i primi in Italia. E studiamo i modelli di altri Paesi, abbiamo creato un gemellaggio con Canada, America Latina».
Ripete che per tanti giovani il boschetto «è accattivante pur essendo un posto di morte, intanto puoi comprare e consumare direttamente sul posto, spendendo 2 euro per una punta di eroina, meno di un pacchetto di caramelle. I venditori di morte? Non si fermano davanti all’età, basta che paghino. E ci sono h24. Magrebini, hanno tra i 16 e trent’anni». I ragazzi più giovani «generalmente fumano eroina sulle stagnole, possono passare al crack nel giro di pochi mesi». E gli effetti «sono devastanti, perché il principio attivo raggiunge il cervello in un attimo, la dipendenza è molto veloce e i danni al fisico e alla mente pesanti. Il fenomeno del Fentanyl lì non c’è, in Italia è poco diffuso. Ma continuiamo a controllare e i nuovi Sert permetteranno di monitorare le sostanze». Molta gente che utilizza crack fatica a stare in comunità e ad accettare i trattamenti. «Se non si interviene rischia di aumentare anche la pericolosità sociale». L’uso in età precoce «aumenta i rischi di malattie anche psichiatriche e la tempestività è tutto». Due cose buone? «Siamo un’ottantina di volontari e ne abbiamo 40 in lista d’attesa, tanti vogliono dare una mano». E «ricevo messaggi di giovani che mi invitano nelle loro scuole, per parlare di Rogoredo e del tema della tossicodipendenza, per sensibilizzare anche i compagni. Bisogna ascoltarli». Ripete che «tanti si avvicinano a questo mondo per problemi di solitudine, non si sentono ascoltati anche dalle famiglie. E dove vanno a passare il tempo? Al boschetto, anche se sei solo ti trovi sempre in compagnia. Purtroppo è una compagnia sbagliata». L’unica arma vincente quindi è «costruire una relazione, avvicinarsi settimana dopo settimana, chiamarli per nome, portagli una cosa che ti avevano chiesto». Si abbatte un muro. «A Lambrate abbiamo una pre-struttura, Il Sollievo, dove stabilizzarli e prepararli alla comunità. Ne tiriamo fuori dal bosco una novantina all’anno». Il problema di Rogoredo «non è soltanto di ordine pubblico. Il controllo è necessario, anzi, lo Stato deve contrastare lo spaccio, proteggere i cittadini. Ma è anche un problema di salute pubblica. Deve esserci con educatori, psicologi, unità mobili, percorsi di cura accessibili rapidamente».
C’è un capitolo toccante nel libro, «Madri e figli». Feder ci racconta che «ogni settimana qualche madre o padre disperato mi scrive, mi manda la fotografia del figlio scomparso. Oppure i ragazzi si sono venduti anche il telefono e allora portiamo un bigliettino da parte dei genitori, il nostro telefono diventa un collegamento con i familiari. Permette anche a loro di sperare».
