Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 09:37
Cronaca locale

Prima volta, primo derby e primo gol di Pinogia: un secolo fa

La prima partita giocata a San Siro. A raccontarla è Francesco Bogliari nel suo libro che verrà presentato oggi proprio al Meazza. “San Siro 1926-2026. I 100 anni della Scala del calcio” (Mind Edizioni, pagine 240, € 28,00, con 270 illustrazioni)

San Siro, ultimatum a gennaio

È l’11° minuto del primo tempo; Giuseppe Ostromann scende veloce in contropiede e, appena entrato in area, passa la palla a Giuseppe Santagostino detto Pinogia, che con un tiro secco batte il portiere avversario Italo Zamberletti. È la prima rete segnata nello stadio di San Siro e l’autore è un giocatore del Milan. Ma l’Internazionale si risveglia subito e il primo tempo finisce con i nerazzurri in vantaggio per 4-1, con le reti di Powolny, Bernardini, Cevenini III e con l’autogol del portiere milanista Carmignato. All’11° minuto della ripresa un altro pasticcio di Carmignato consente a Castellazzi di portare il risultato sul 5-1, mentre poco dopo Conti segna il 6-1 direttamente da calcio d’angolo. L’Internazionale, paga, comincia a tirare il fiato e i rossoneri ne approfittano per segnare due gol «della bandiera» al 32° e al 44° con Savelli.

Finisce così, 6-3 per i «cugini», la partita inaugurale dello stadio di San Siro a Milano. È il pomeriggio del 19 settembre 1926. La giornata si era aperta con la cerimonia inaugurale presieduta da Sua Altezza Reale il duca di Bergamo (all’anagrafe Adalberto Luitpoldo Elena Giuseppe Maria di Savoia-Genova; 1898-1982), la più alta autorità militare di Milano che, alla presenza sugli spalti delle autorità civili, militari e sportive della città, dopo gli squilli dell’«Attenti!» e al suono della marcia reale aveva tagliato il nastro tricolore teso all’ingresso del campo di gioco.

Nella cronaca della Gazzetta dello Sport è con linguaggio vagamente fantozziano il «Gr. Uff. Dottor Piero Pirelli», proprietario del Milan e dello stadio, a fare gli onori di casa, presentando le squadre a Sua Altezza Reale: «Il pubblico è tutto in piedi sull’attenti! (...) mentre i giuocatori irrompono sul campo ritrovando il loro allineamento e rivolgono, al comando dell’arbitro Turbiani della S.P.A.L., il saluto romano e l’alalà alla tribuna maggiore». Del resto siamo nell’autunno del 1926 e ormai da quasi due anni il fascismo è diventato regime, con tutto ciò che comporta in termini di ritualità di massa.

Il 18 settembre, a proposito del nuovo stadio, la Gazzetta scriveva: «...alla conquista di una civiltà sempre più maschia, ardimentosa e consapevole, un nuovo campo grandioso (...)è per se stesso un segno di comando donato al genio tutelare dello sport perché gridi ed esalti, con la sua gioconda fanfara, la falange dei suoi baldi soldati». E si era solo nel 1926, sarebbero seguiti altri 17 anni prima che il regime, nel frattempo ingrossatosi e ingrassatosi sempre di più nel consenso popolare, crollasse su se stesso.

Nelle tribune il pubblico, scrive il Corriere della Sera, era «numeroso, ma non adeguato alla vastità dell’ambiente». «Immenso reame di cemento armato» lo definisce la Gazzetta, che prosegue: «Peccato che la stessa immensa vastità dello Stadio nuoccia all’estetica. I diecimila spettatori non valgono a togliere ai posti popolari il senso del vuoto. Onde un successo di cassetta assume l’aspetto di un forno, secondo il gergo di teatro, fra le incolmabili gradinate dello Stadio. Ieri la folla popolare si addensava sulla gradinata in ombra, dietro uno dei goals, lasciando sguarnite le altre. Ben presidiata invece la tribuna coperta. Per la cronaca, il Milan perse anche la prima partita casalinga di campionato, giocata contro la Sampierdarenese il 3 ottobre: 2-1 per i genovesi. Diciamo che il battesimo calcistico dei rossoneri nel nuovo stadio di proprietà non fu propriamente un successo.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.