Quasi un miracolo, un fatto più raro delle pur rare congiunzioni astrali. Perché da ieri a Milano ci sono incredibilmente due schiere di orfani: i rossoneri che piangono il Kaiser Franz del loro Milan stellare salito all’empireo delle squadre più forti del mondo e quelli dell’Inter che messa da parte qualunque rivaltà e acidità, si struggono per l’addio al loro carissimo nemico. Quello che metteva il sale nei derby e forse anche un po’ nelle loro zucche non sempre sapienti. E non c’è dubbio che proprio questa sia la coppa più preziosa alzata dal Piscinin diventato orfano troppo presto e Capitano per sempre. Un trofeo concesso solo a un eletto come lui, altro che Pallone d’oro. E che forse brilla ancor di più, perché consegnato negli attimi tragici del suo addio alla vita terrena, (perché l’immortalità dei grandi è fuori discussione), proprio mentre il calcio italiano tra club e nazionale sta dando il peggiore spettacolo della sua lunga storia. Rovinato da lustri in cui il suo mantra è diventato «l’importante non è vincere, ma guadagnare», un macigno sotto il quale è rimasto spappolato. E insieme a lui, purtroppo, anche i nostri ragazzi che ancora non hanno visto un Mondiale. Ma nemmeno il Milan di Sacchi e Baresi, costretti come siamo ad accontentarci che nemmeno riescono a immaginare di cercare almeno di arrampicarsi sulle spalle dei giganti. A consolarci questo fiume di riconoscenza per Baresi, perché forse è vero o Pindemonte che a egregie cose il forte animo accendono / l’urne de’ forti. Ed è da vedere se l’animo dei tifosi sia affettivamente forte, ma non c’è dubbio che l’urna di un grande come Franco Baresi li abbia accesi alla nobiltà di sentimenti a cui oggi, soprattutto sui campi di calcio, siamo così poco abituati. A consideralo un esempio. Almeno a parole. Da domani si vedrà.

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