Il patto con il diavolo rischia di saltare prima ancora che si alzi il sipario. Il «Faust» di Charles Gounod, in programma alla Scala il 20 ottobre (repliche fino all’8 novembre), è minacciato dallo sciopero dei lavoratori, che chiedono un aumento salariale di almeno il 15%. Una vertenza che potrebbe costare al teatro circa 20 milioni di euro in tre anni. Così, l’accordo con il demonio rischia di lasciare il posto a un negoziato decisamente più terreno.
Gli artisti incrociano le dita, sperando di poter andare in scena: dal direttore Daniele Rustioni al Mefistofele di Alex Esposito, fino a Marina Rebeka, che interpreta Margherita. E su tutti il tenore Vittorio Grigolo, nel ruolo del titolo. Il sovrintendente evita di sbilanciarsi sullo sciopero: «Tutto può succedere. Però non dovete chiederlo a me. Non l’ho dichiarato io».
L’opera, liberamente tratta da Goethe, affronta una storia di tentazione, colpa e redenzione. Deluso dalla vita, Faust stringe un patto con il diavolo
per ritrovare la giovinezza e conoscere i piaceri terreni in cambio della propria anima. Incontra così Margherita, donna innocente e religiosa, che finisce travolta dalle conseguenze della loro relazione. Quando Faust torna per salvarla dalla prigione, dove è finita per infanticidio, lei rifiuta di seguirlo e si affida a Dio.
È una storia di tentazione e redenzione, ma anche di opposti che si cercano e si contendono l’animo umano. Ed è proprio da qui che parte Johannes Erath, regista tedesco al debutto alla Scala. «All’opera non ha senso un’estetica realista. Se sul palcoscenico c’è gente che si esprime cantando, siamo già di fronte a una sorta di surrealismo», spiega. La lettura è dominata dal conflitto tra il bene e il male, Dio e il diavolo, il bianco e il nero: la realtà vive di opposti e di tutte le sfumature che li separano. «Se c’è il diavolo significa che c’è anche Dio».
Mefistofele, affidato a Alex Esposito, vive continue metamorfosi: elegante vecchietto, domatore di circo, direttore d’orchestra, papa, figura diabolica
tradizionale e infine pagliaccio. Cinque o sei cambi di costume che impongono un ritmo serrato. «Il problema è non creare buchi in scena», racconta il cantante, per questo il suo camerino è stato allestito dietro le quinte.
Marina Rebeka è quasi intimorita dalla complessità psicologica di Margherita, un personaggio che incarna una condizione universale: «Viviamo in questa dualità e cerchiamo di fare le cose giuste, ma per arrivarci capita di passare dal lato oscuro». Un ruolo impegnativo, anche per il peso emotivo dell’infanticidio, che rende Margherita una figura dolorosamente umana. Come Faust e Mefistofele, anche lei ci costringe a fare i conti con le nostre contraddizioni. Resta da vedere se, alla Scala, il diavolo riuscirà almeno ad arrivare in scena.
