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Cronaca locale

Un pallone, la spuma e poi tutti in campo. Col Don che arbitrava e faceva le formazioni

Generazioni di giovani hanno passato i pomeriggi tra calcio, ping pong e cinema: nessuno escluso

Lo sport fa bene ai ragazzi, scudo per disagio e violenza

La spuma nera, il Don in campo a fare le squadre, il ping pong, il calciobalilla e, se pioveva, la sala cinema. C’erano una volta gli oratori e ci sono ancora per fortuna. Tanti anni fa non è che si potesse troppo scegliere. Se non c’era da studiare per il lunedì la domenica pomeriggio passava nel campo spelacchiato dietro la parrocchia: tre contro tre, quattro contro quattro, chi c’era contro chi c’era, radunati a voce, a caso non con i messaggini su WhatsApp.

Questo passava il convento e soprattutto permetteva la «mancetta» della mamma che ti obbligava a far di conto perché, se facevi il fenomeno, poi tiravi la cinghia per tutta la settimana: 150 lire da amministrare con attenzione tra le 25 della spuma, le 50 del cannolo alla crema o della cioccolata con la panna. Nulla di più. Così il pomeriggio volava via veloce, senza troppe pretese ma liberi di giocare, correre, cadere, farsi male, bisticciare... E finiva lì, senza esagerare perché altrimenti interveniva il Don a rimettere e cose a posto, con le buone e spesso anche le cattive con qualche sano ceffone che non ha mai fatto male a nessuno. Anzi. Ma allora si poteva, oggi fioccherebbero le denunce. Ore e ore in oratorio, in cortile, attaccati alla rete del campo di calcio per la partita degli juniores della Virtus. Poi il rientro verso casa in bici prima che facesse buio giusto in tempo per vedere i gol del campionato soltanto immaginati ascoltando la radio.

Belli però gli oratori. Belli perché allora, e per fortuna anche oggi, erano un luogo che dava una possibilità a tutti.

Non servivano iscrizioni, tessere, certificati. Si andava, si entrava e si giocava: alti, bassi, grassi, magri, belli brutti, maschi, femmine. Di solito a calcio ma spesso anche a basket, a pallavolo, a palla prigioniera a ciò che capitava.

Essere capaci non era un requisito richiesto. Tutti in campo, fenomeni e «pippe» con il Don ad arbitrare. Qualcuno imparava anche a giocare a calcio. Ma soprattutto si imparava a stare insieme, a sopportarsi, a cantare e a suonare. Si imparavano anche le «parolacce». Come qualche tempo fa aveva ben detto l’arcivescovo di Milano monsignor Mario Delpini si capiva subito che non erano «club» dove entravano solo i soci ma «luoghi profetici dove la fede non è un fatto privato». Al di là delle convinzioni religiose di ognuno, restano un luogo di educazione e di confronto dei processi educativi. Vale per tutto. Per la fede, la crescita, lo sport. Sì, anche per lo sport. Lo sport in oratorio è un’altra cosa, è una sfida che punta a non lasciare nessuno indietro, è un campionato a sé dove giocano tutti, dove si vince e si perde. E dove si vince anche se si perde.

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