Quasi nessuna delle donne che ha subito uno stupro ha mai ucciso il suo aguzzino e se anche fosse successo, ne è certa la scrittrice Elena Stancanelli su la Repubblica, nessuno avrebbe alzato la voce per chiedere la grazia in suo favore, l’avrebbe invitata a un talk show televisivo o avrebbe lanciato una raccolta fondi per lei. Uno sperticato parallelo, insomma, con il mai citato Mario Roggero perché «nemmeno lo stupro merita l’omicidio». Gli spazi ci costringono a una sintesi brutale ma, in sostanza, la tesi è questa. Sottolinea, la Stancanelli, il grado di civiltà con il quale le donne maneggiano qualsiasi obrobrio del mondo rispetto agli uomini. E in questo la si segue agilmente. L’esempio più emblematico è stata Franca Viola che nella Sicilia degli anni Sessanta ha spezzato un meccanismo millenario: l’idea che l’onore della donna valesse più della donna stessa. Non ha cambiato soltanto una legge. Ha cambiato la vergogna. E cambiare la direzione della vergogna di un Paese, senza nemmeno impugnare una pistola, è una cosa gigantesca. Da allora gli abusi non sono scomparsi e lo stupro è diventato reato contro la persona solo nel 1996. Ma noi diffidiamo delle certezze in generale e in particolare di quelle di chi può solo immaginare cosa farebbe in una determinata circostanza. «À ta place», «al tuo posto» ripetono spesso i francesi dando la sensazione opposta e cioè rendendo evidente quanto sia impossibile sostituirsi a qualcuno. In questo caso tanto alla donna violentata quanto a chi si troverebbe a farle da scudo anche a orrore concluso. Ma a differenza della Stancanelli rifiutiamo di credere che nessuno muoverebbe un dito davanti a un reato tanto vigliacco. E di più, pensiamo che la difesa potrebbe arrivare con qualunque mezzo. E che anche Dio, non solo il Quirinale, la chiamerebbe giustizia.

Commenti
I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.