Milano è una città che alle sei del mattino sembra ancora addormentata, e proprio in quell’ora sospesa, tra il buio che si scioglie e le prime luci che accendono i palazzi, si consuma la violenza più cieca. È domenica 6 settembre. All’angolo tra viale Monte Nero e viale Lazio, dove il centro comincia a farsi periferia ma poi neanche tanto, Luca Burini (nella foto) stava tornando a casa. Trentanove anni, da giugno alla guida di Novella 2000, non poteva sapere che quella strada lo avrebbe cambiato per sempre. Tre sagome si staccano infatti all’improvviso dal marciapiede. Non sono ombre casuali: si avvicinano con un pretesto vecchio quanto le strade, la richiesta di una sigaretta. «Due sembravano di origini nordafricane, uno era biondo con gli occhi azzurri»: è l’identikit che Burini consegna poi ai carabinieri davanti ai quali depositerà la sua denuncia.
La sigaretta è solo l’innesco. Poi arriva la domanda che, ripensata oggi, suona come l’anticipo di tutto: «Ma ti sei spaventato?». Non è una battuta, ma una diagnosi. Il gruppo lo circonda, lo spinge contro il muro. E comincia la furia. Una ventina di pugni, sferrati al viso con una violenza che non lascia spazio a spiegazioni razionali. Non è una rapina: alla fine i tre scappano a mani vuote, senza toccare portafoglio o telefono. Non è regolamento di conti, non è vendetta. È, per usare le parole della vittima, «fame di sangue». Un’espressione che pesa come una sentenza, perché descrive una violenza senza movente, gratuita, quasi sportiva.
Burini ha quindi affidato ai social del settimanale che dirige il resoconto di quei minuti sospesi tra la vita e l’incubo. Soffermandosi anche sulla fuga, quella vera: non dei tre aggressori, ma di chi ha assistito senza intervenire. Burini descrive infatti anche la corsa disperata verso un tram che non si ferma, le porte che restano chiuse mentre lui cerca scampo, le auto che sfilano indifferenti a pochi metri da un uomo sanguinante. Una città che guarda altrove, un classico del nostro tempo che si ripete a ogni cronaca simile, e che fa male quasi quanto i pugni.
