Nelle biografie degli scrittori e degli artisti, fa dire Pedro Almodovar a uno dei suoi personaggi nel film “Kika”, c’è una lunga lista di uomini che ha attentato alle mogli o le ha uccise, citando Norman Mailer che accoltellò Adele Morales, e William S. Burroghs. Quest’ultimo rappresenta una delle figure più interessanti, emblematiche e misteriose della letteratura statunitense del XX secolo. E nella sua biografia c’è questo aneddoto: l’omicidio - non si sa se colposo o volontario - della compagna, l’artista Joan Vollmer, “moglie di fatto” - che forse ebbe un ruolo nella composizione del capolavoro dello scrittore, “Il Pasto Nudo”.
William S. Burroughs e la Beat Generation
Se da un lato è vero che il gusto letterario è individuale, molti sono concordi nell’affermare che gli esiti narrativi raggiunti da Burroughs siano stati superiori e atipici rispetto a quelli degli altri scrittori della Beat Generation, cui di solito viene associato, non solo per ragioni biografiche. Il tormento di Burroughs, che sia legato o no all’abuso di droghe come tradizione ricorda, venne trasposto in pagine assolutamente uniche, che nel tempo hanno ispirato un film indimenticabile diretto da David Cronenberg e un fumetto visionariamente psichedelico del Prof. Bad Trip, e questo solo limitatamente a “Il Pasto Nudo”. Vero è pure però che Burroughs frequentò poeti e scrittori beat: Neal Cassady, Jack Kerouac, Allen Ginsberg e gli altri.
L’incontro con Joan Vollmer
Quando si incontrarono, Joan Vollmer aveva un secondo cognome, Adams: era il cognome di suo marito, un soldato statunitense, con cui aveva avuto una figlia, Julie Adams. Nel 1945 Vollmer e Burroughs si conobbero e avviarono una convivenza condivisa con Jack Kerouac e Edie Parker. In quel periodo, entrambi erano alle prese con le loro dipendenze: lei da benzedrina, lui da morfina e si mise a vendere eroina nel Greenwich Village, tanto che nel 1946 venne arrestato per aver falsificato una ricetta.
Dopo il rilascio su cauzione, Burroughs tornò sotto la tutela dei genitori a St. Louis, ma successivamente partì per il Messico per divorziare dalla precedente moglie Ilse Clapper. In questo periodo Vollmer fu colta da psicosi temporanea, così lui rientrò in patria per farla uscire dall’ospedale e chiederle di sposarlo, cosa che non sarebbe mai avvenuta in realtà.
Da qui inizia una serie di trasferimenti: dapprima in Texas, dove la coppia ebbe il figlio William S. Burroughs jr nel 1947, poi a New Orleans l’anno successivo, dove lo scrittore viene fermato in auto dalla polizia, che rinviene una pistola e appunti sulla vendita di marijuana: a seguito della perquisizione della loro casa, la coppia e i figli riparano in Messico. L’intenzione è restare lì per 5 anni, il tempo che il crimine di droga vada in prescrizione. Ma a Città del Messico, nel quartiere Roma dove vanno a vivere, i rapporti si incrinano irreparabilmente: Vollmer inizia a bere, minata da problemi di salute nel corpo e nella mente, e a schernire Burroughs anche in pubblico, lui precipita nella sua dipendenza. E neppure tra le lenzuola le cose vanno bene, dato che lo scrittore è omosessuale, quindi non è attratto dalla compagna, e ha un amante.
Omicidio colposo o volontario?
Benché i loro rapporti fossero difficili, a detta di chi conobbe la coppia, Vollmer e Burroughs sarebbero stati legati da un profondo amore intellettuale. Questo fattore ha grandemente inciso nel dubbio che l’omicidio di Vollmer, per come è stato tramandato ai posteri, lungi dalle accuse di misoginia verso lo scrittore, sia stato in effetti un incidente.
È il 6 settembre 1951, nel quartiere Roma si sono abbattuti diversi uragani e le strade sono allagate. Intellettuali beat si rifugiano a una festa sopra il Bounty Bar e la coppia è lì. Come riporta Al Jazeera, molti statunitensi in quegli anni vivevano in zona, attratti dal Mexico City College, dove pure Burroughs era iscritto, col fine di studiare spagnolo, codici maya e mesoamericani.
Durante la serata, Burroughs avrebbe richiamato Vollmer: “È ora del nostro spettacolo alla Guglielmo Tell”. Alla riluttanza di lei, l’avrebbe incalzata: “Mettiti quel bicchiere in testa, Joanie. Lascia che mostri ai ragazzi quanto è bravo a sparare il vecchio Bill”.
L’artista avrebbe sistemato sulla propria testa un bicchiere da long drink, mentre lo scrittore avrebbe mirato ridendo: “Non posso guardare questo, sai che non sopporto la vista del sangue”. Burroughs possedeva una pistola Star .380 di fabbricazione ceca che portava sempre con sé: da un lato gli piaceva riaffermare il V Emendamento, dall’altro era un suo modo di fare lo spaccone, tanto che se la lasciava sottrarre nei bar dallo staff o dalla polizia, che regolarmente restituiva l’arma a fine serata.
Burroughs sparò, colpendo Vollmer alla testa: lei ricadde, lasciando rotolare il bicchiere sul tappeto, intatto. Lo scrittore urlò e, sotto choc, cercò di rianimarla, di fronte agli astanti increduli.
Il processo e una verità mai raggiunta
Benché le cronache sul fatto siano univoche, è difficile dire davvero cosa accadde. Secondo Allen Ginsberg, che dedicò a Vollmer una poesia, l’artista in quel periodo avrebbe avuto un desiderio di morte a causa dei suoi problemi di salute, e per questo si sottopose alla prova di Guglielmo Tell. D’altra parte, come racconta The Guardian, Burroughs avrebbe successivamente affermato in un’intervista: “Ho ucciso l’unica donna che abbia mai amato”, per poi scoppiare a piangere.
Su suggerimento del suo avvocato, lo scrittore affermò che si era trattato di un incidente e che il colpo fosse partito accidentalmente. Un po’ di corruzione fece il resto, e fu rilasciato dopo 13 giorni. Inizialmente restò in Messico per seguire l’iter giudiziario, ma dopo che il suo avvocato sparò, uccidendo, il figlio di un funzionario governativo, rientrò negli Stati Uniti, dove gli giunse la condanna in contumacia: due anni per omicidio colposo con pena sospesa.
Mentre i figli andavano a vivere dai nonni, Joan Vollmer fu seppellita nel cimitero del Panteon Americano, senza che l’amministrazione riuscisse a ottenere un pagamento per esequie e sepoltura. Nel 1993 il corpo fu riesumato e collocato nelle nicchie anonime destinate ai poveri: Burroughs pagò solo per una iscrizione, con nome, luogo e data di nascita, luogo e data di morte. Il loculo si trova in un gruppo di altri rimasti vuoti.
Il Pasto Nudo
Nel 1959 venne pubblicato per la prima volta “Il Pasto Nudo”, una narrazione intensa sugli effetti di diverse droghe sulla mente e su come la droga sia in realtà uno strumento di controllo contro l’anarchia. Tra viaggi, dentro e fuori di sé, il protagonista William Lee descrive, più che uno stato della mente o uno stile di vita, una sorta di misterioso complotto, tra assuefazione alla violenza e alle sostanze.
In un capitolo del romanzo, avrebbe raccontato, modificandolo, l’episodio del Guglielmo Tell in cui Vollmer trovò la morte, sebbene in una lettera a Ginsberg affermò di non voler scrivere di quei fatti: “Sospetto che la mia riluttanza non dipenda solo dal fatto che penso sarebbe di cattivo gusto scriverne. Credo di avere paura”.
Prima de “Il Pasto Nudo”, Burroughs era per tutti un uomo che aveva ucciso la compagna. “Sono costretto alla terribile conclusione che non sarei mai diventato uno scrittore se non fosse stato per la morte di Joan, e alla consapevolezza di quanto questo evento abbia motivato e plasmato la mia scrittura. Vivo con la costante minaccia di possessione e con il costante bisogno di sfuggire alla possessione, al Controllo. Così la morte di Joan mi ha messo in contatto con l’invasore, lo Spirito Brutto, e mi ha trascinato in una lotta che dura da tutta la vita, dalla quale non ho avuto altra scelta che quella di uscirne scrivendo”, aveva rivelato nella novella Queer.
