La vigliacca vicenda della microcar getta una luce sconcertante sui due giovani protagonisti, 16 e 17 anni, accusati di tentato omicidio e lesioni. Per interpretare quelle vili aggressioni si interpellano psicologi e sociologi, si ascoltano amici e professori: intanto un uomo di 40 anni ha subito due operazioni neurochirurghe e non si sa come se la caverà. Noi ci soffermiamo qui sui genitori, in particolare sulle madri, che hanno già parlato: non ci eravamo accorte di niente, non ce lo aspettavamo, non hanno capito quanto fosse grave, ora sono terrorizzati. Provo per loro compassione umana, certo non sono le colpevoli: ma le sconfitte sì. Con quei figli violenti e scriteriati, che hanno agito per «noia e divertimento», hanno perso la battaglia più difficile, quella di essere genitori. Un giorno terribile, d’improvviso, ti ritrovi a guardare tuo figlio come un estraneo, metà uomo e metà niente, autore di un crimine che poteva dare la morte a una o più persone. Gli accusati, come hanno detto gli inquirenti, provano «totale indifferenza verso l’altro». E noi dove eravamo mentre in loro cresceva quello sconosciuto senza sentimenti? E noi cosa abbiamo fatto, davvero, ogni giorno, con costanza estenuante, con ogni antenna a disposizione per intercettare la loro metamorfosi? Crescere un figlio è un’avventura che dura tutta la vita: certo che contano l’educazione, l’esempio, le amicizie sbagliate e anche la società in affanno che i ragazzi li trascura volentieri. Ma alla fine resti tu, madre o padre, che quel figlio l’hai messo al mondo e ti è sfuggito. Scopri che ha sprecato i suoi anni, e i suoi molti o pochi talenti scegliendo l’aridità del cuore. È un ragionamento infinito e difficile. Un figlio non è un clone, ti somiglia forse nel colore degli occhi, per il resto è altro da te. Devi capirlo: è una persona per la quale puoi solo costruire pezzo per pezzo ali forti per volare. E indicargli la direzione giusta, sperando che la segua.
