Un minuto scarso, 58 secondi per l’esattezza: tanto dura il video che riprende l’intervento dell’agente della Polizia penitenziaria all’ospedale di Prato, ora indagato per tentato omicidio. Sono due spari, uno a terra e uno alle gambe, che l’agente ha ritenuto necessari per fermare l’aspirante fuggitivo, un 22enne marocchino beccato a lanciare droga all’interno del carcere cittadino. Intercettato dagli uomini in divisa ha tentato la fuga ma mentre cercava di far perdere le proprie tracce è caduto sbattendo la testa. A quel punto è stato ammanettato e condotto in ospedale in ambulanza per gli accertamenti ma lì ha dato in escandescenza, riuscendo comunque a raggiungere un estintore con il quale ha minacciato gli agenti che lo piantonavano, azionandolo all’interno del pronto soccorso, diventando un pericolo per se stesso e per gli altri, compresi i poliziotti, rimasti feriti. Nel momento in cui ha tentato di fuggire dalla cosiddetta camera calda è iniziato il brevissimo inseguimento, che si è concluso con gli spari per i quali ora l’agente è indagato per tentato omicidio, benché il marocchino abbia riportato solo lievi ferite a una gamba. «Ero lì, ho assistito alla scena. Quel poveraccio ora rischia di perdere il lavoro e la galera per averci salvato la vita», è il commento di un medico in servizio presso il nosocomio che, come molti italiani, non si capacita delle conseguenze per il poliziotto. «Ero lì, ha messo a rischio tutti», scrive una donna riferendosi allo straniero.
Una reazione comprensibile, considerando quello che ogni giorno medici e personale sanitario vivono negli ospedali italiani: le aggressioni nei pronto soccorso sono cronaca quasi quotidiana, ormai, sia in Italia che in Europa, un fenomeno in continua espansione che non sembra avere soluzioni. Le statistiche di medici e infermieri feriti in servizio sono quasi un bollettino di guerra: sono alla mercé di qualunque tipo di aggressioni e hanno pochi mezzi a loro disposizione per difendersi. D’altronde, perché dovrebbero? Sono lì per curare, per prendersi cura dei pazienti. Il compito di difendere lo hanno altri, come il poliziotto che ora è indagato perché in quel momento così concitato ha utilizzato uno strumento che lo Stato mette a sua disposizione per tutelare la comunità. Saranno ovviamente le indagini a dire se ci sono state imprudenze o negligenze, ma la testimonianza del medico è una cartina al tornasole del clima che si respira negli ospedali italiani. I medici sono con gli agenti perché vivono in prima persona gli ospedali, e lo sono i cittadini perbene che vedono le città trasformarsi sotto i loro occhi e perdere centimetri di sicurezza ogni giorno che passa. Ma c’è anche chi si schiera con l’altra parte, come se fosse una partita di calcio, chi non attende la verifica della magistratura e definisce il comportamento del poliziotto «da acab gangsterino». «Deve essere arrestato», scrivono. E sono solo alcuni dei meno violenti e volgari.
Per il momento non ci sono novità sul caso, i sindacati difendono il lavoro dell’agente e sottolineano le difficoltà quotidiane dei poliziotti penitenziari, quotidianamente aggrediti (anche loro) da soggetti violenti e senza nulla da perdere.
La procura guidata da Luca Tescaroli ha ora il compito di smembrare le immagini delle telecamere e analizzarle fotogramma per fotogramma, ascoltando le testimonianze e determinando cosa sia realmente successo, valutando la proporzionalità dell’intervento e l’eventuale applicabilità dello scudo per l’agente.
