Quegli italiani massacrati dai titini riesumati dalla fossa di Castua

Dalla foiba di Castua, in Croazia, emergono i corpi di almeno 7 italiani massacrati dai partigiani di Tito il 4 maggio del 1945. Tra loro ci sarebbe anche il senatore fiumano Riccardo Gigante. Per FederEsuli si è trattato di “un gesto di umana pietà, atteso purtroppo ancora da molte vittime”

Quegli italiani massacrati dai titini riesumati dalla fossa di Castua

Una fossa profonda circa 3 metri e ricoperta da terra e massi. Ha custodito per oltre settant’anni ciò che rimane dei nostri connazionali, massacrati dai partigiani di Tito il 4 maggio del 1945. Siamo nel bosco della Loza, a Castua, appena 12 km di distanza da Fiume (Croazia), ed è qui che sono stati riportati alla luce gli scheletri indistinguibili di 7 o forse 9 italiani. Tra lo ci sarebbero anche il senatore fiumano Riccardo Gigante, il giornalista Nicola Marzucco, il maresciallo della Guardia di Finanza Vito Butti e il vice brigadiere dei Carabinieri Alberto Diana. Tutti scomparsi, senza lasciare traccia, in quella cruenta stagione cominciata al di là del Confine Orientale con il dilagare delle truppe jugoslave.

A dare l’annuncio è la Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani Fiumani e Dalmati definendolo “un semplice gesto di umana pietà, atteso purtroppo ancora da molte vittime”. La scoperta della foiba di Castua risale al 1992. Grazie alle indicazioni del parroco della chiesa di Sant’Elena a Castua, don Franjo Jurčević, la Società degli Studi Fiumani, da sempre in prima linea nel ricercare i luoghi delle stragi vicino Fiume, ha potuto localizzare il sito ed iniziare la sua battaglia affinché quei corpi ricevessero una degna sepoltura. Da allora sono passati ventisei anni. La svolta è arrivata a novembre dello scorso anno. Finalmente alle associazioni degli esuli viene riconosciuto il “diritto di riportare alla luce quelle spoglie”. Si mette così in moto una commissione italo-croata e le attività di ricerca, individuazione ed esumazione degli italiani infoibati vengono finalmente approntate. Il 4 luglio si concludono. La gola carsica viene scoperchiata, le spoglie delle vittime esumate e consegnate al Consolato italiano di Fiume. Sono poche le cose sopravvissute al logorio degli anni, ma comunque fondamentali per cercare di dare un nome e un volto alle vittime: due orologi, una protesi con due denti d’oro, due pettini, un gemello da polso ed un bocchino.

“Anche se quei poveri resti, ad oggi, risultano essere ufficialmente di persone ignote – commenta il presidente di FederEsuli, Antonio Ballarin – per tutto il mondo dell’Esodo lo scavo di Castua rappresenta un successo, seppure amaro, conseguito a decenni di distanza ed ottenuto grazie all’insistenza delle associazioni che hanno da sempre chiesto di onorare i propri caduti”. È stata proprio la Federazione, nel corso di questi anni, a fare da intermediaria tra le autorità italiane e quelle croate. Ed oggi chiede ancora una cosa. Ovvero che nel luogo del massacro venga apposta una lapide multilingua perché “la memoria non vada perduta e possa essere monito per le generazioni future”.

Sentito da Ilaria Rocchi de La Voce del Popolo, il console d’Italia a Fiume, Paolo Palminteri, ha evidenziato come il buon esito dello scavo sia dipeso dall’ottima qualità dei rapporti bilaterali tra Italia e Croazia. E proprio in questo solco s’inserisce l’intervento in Aula del senatore di Fratelli d’Italia Luca Ciriani che ha proposto di “accogliere doverosamente” le spoglie del senatore Gigante e delle altre vittime “sia partecipando a una cerimonia congiunta con i colleghi croati a Fiume, per dimostrare quanto le divergenze e gli odi del passato possano essere sepolti, sia qui in Italia una volta che l’Onorcaduti potrà indicare il luogo in cui verranno conservati i resti”.

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