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Cronache

Report, Ranucci fa gli scatoloni e si autocelebra: “Modalità mostruose. Mai piegata la schiena”

Il giornalista rivendica le proprie scelte, evoca i “pastori maremmani” e promette: “Ci rivedremo prima o poi”

ranucci

Vent’anni di Report, circa cinquecento puntate e un congedo che diventa un manifesto della propria irriducibilità. Sigfrido Ranucci affida a Facebook il saluto al pubblico della trasmissione: un messaggio nel quale il dispiacere per la separazione si intreccia con la rivendicazione del proprio operato e un’accusa pesante sulle modalità dell’addio. “Finisce una storia durata vent’anni. Raccolgo i ricordi che mi hanno accompagnato in circa 500 puntate di Report”, l’esordio del giornalista. Poi il registro cambia immediatamente: “Mi sono figurato tanti scenari, ma mai avrei pensato a modalità così mostruose”.

Parole durissime. Ranucci non indica episodi precisi né esplicita i destinatari dell’affondo. Sceglie invece di mettere al centro la propria integrità: “Tuttavia non rimpiango nulla di quello che ho fatto. Rifarei tutto, perché ho scelto di difendere dei principi, ho scelto di non piegare la schiena davanti a nessuno, neppure davanti alle mie paure o incertezze, anche quando mi sarebbe stato più comodo, e mi avrebbe portato delle utilità”. Nessun ripensamento, dunque. Nel bilancio offerto lo spazio è tutto per la coerenza rivendicata.

Non manca una metafora destinata a farsi notare. “E a volte scegliere serve a spiazzare, a trasformarsi in pastori maremmani per indicare la strada agli altri”, scrive Ranucci. Il giornalista che saluta diventa così anche una guida, chiamata a mostrare il percorso. A completare l’autoritratto arriva una triplice dichiarazione d’amore: “L’amore per la libera informazione, l’amore per lo spirito del servizio pubblico, per la Rai”. È questo il terreno sul quale Ranucci colloca la propria vicenda: i principi, la schiena dritta, la missione del servizio pubblico. Una rappresentazione nella quale le ragioni personali e quelle dell’informazione finiscono per sovrapporsi.

Il passaggio successivo porta il racconto lontano dagli studi televisivi. Ranucci richiama i funerali di Agnes Lassalle, l’insegnante di spagnolo uccisa a Saint-Jean-de-Luz, e l’omaggio del compagno Stéphane Voirin, che danzò davanti alla bara sulle note di “L-O-V-E” di Nat King Cole. Nel ricordo evocato dal giornalista, il ballo coinvolge i presenti e trasforma la commozione in condivisione. Un episodio al quale affida il significato del proprio proposito: “Trasformare il dolore in resilienza: è quello che farò, con la promessa di rivederci prima o poi”.

Nessuna indicazione, nel messaggio, sui tempi o sulla forma di questo eventuale ritorno. Resta invece il rammarico per un saluto mancato: “Mi dispiace non aver potuto salutarvi dallo studio di Report”. La chiusura è tutta sentimentale, tra la separazione definita “un dolore così dolce”, il richiamo al cuore e il ringraziamento agli spettatori per la passione e la dedizione ricevute.

Il rapporto con il pubblico occupa l’ultima parte del post, ma a segnare il congedo rimane soprattutto quell’aggettivo: “Mostruose”. Un’accusa che pesa. Per quelli bisognerà attendere. Per il ritratto di sé, inflessibile e senza rimpianti, Ranucci ha già trovato tutte le parole.

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