Non solo scienza. E la politica torna a tenere il timone

Non solo scienza. E la politica torna a tenere il timone

Prima di decidere se le misure anti-contagio stiano uccidendo il Paese o salvando la popolazione, è utile rispondere a una domanda. Nel pieno dell'uragano, è meglio viaggiare su una nave fantasma o su un vascello guidato da un nostromo indeciso fra dritta e babordo, ma col timone in mano?

Ormai ogni italiano si è fatto un'idea dei provvedimenti presi dal governo per contrastare l'epidemia. E in base alla propria sensibilità ne contesta alcuni. I commercianti che rischiano le aziende lamentano le chiusure e l'allarmismo; gli anziani che rischiano la pelle lamentano quel ritardo iniziale nella quarantena; i tifosi lamentano le porte chiuse, i genitori le scuole chiuse, i ragazzi gli aperitivi chiusi; gli ipocondriaci lamentano l'assenza di Canad-Air di Amuchina che disinfettino le città a pioggia. Insomma, tutti si lamentano delle decisioni. Ma era proprio scontato che la classe dirigente le prendesse, quelle decisioni? Ovvio, un governo è lì per quello. La novità sta nel fatto che stavolta non abbia demandato la responsabilità ai «tecnici».

La debolezza della politica ormai la diamo per assodata. Dalla crisi del 2008 in poi, terremoto, Expo e vertenza aziendale è stata affidata a commissari straordinari e «competenti», esseri mitologici metà messia e metà capri espiatori. Che sono indispensabili consiglieri, la cui esperienza è fondamentale. Ma che vengono vigliaccamente innalzati a decisori. Con la politica dietro, mimetizzata come un mucchio di foglie in un diorama ad aspettare che passi la nottata.

Oggi invece la politica recupera un ruolo di mediazione non scontato, torna anello di congiunzione fra l'ideale e il reale. Gli epidemiologi interpellati danno delle indicazioni tecniche, asettiche per definizione. Sono il pediatra a cui i genitori chiedono come comportarsi per tenere i bimbi al riparo. E che spiegano come, per essere sicuri al 100%, l'unica soluzione sia l'isolamento, la campana di vetro, l'abolizione del contatto. La chiusura ermetica alle minacce invisibili del mondo infetto e infame. Sta poi ai genitori/governanti modulare la risposta, consentire al figlio/cittadino di vivere e crescere senza soffocarlo di ansia e al contempo limitare i rischi sanitari.

Ecco dunque che di fronte alla situazione grave e al quadro draconiano suggerito dai tecnici, la politica ha scelto di attenuare le misure. Non snaturarle, ma adeguarle alla socialità. Due settimane di scuole chiuse e non sei mesi, sport non vietato ma senza pubblico, locali aperti ma senza servizio al bancone, treni e metro funzionanti. Schizofrenia? Forse. Incongruenze? Sicuro. Provvedimenti contraddittori, come possono esserlo i no a intermittenza dei genitori che vietano la Nutella ma non le patatine. Però bisogna ammettere che sono provvedimenti con un fondo di coraggio, perché si assumono la responsabilità di calare le linee guida assolute nel tessuto sociale, che è fatto anche di rapporti umani, commercio, libertà. Cose poco tecniche, ma importanti quanto un vaccino.

Nessuno può stabilire oggi se le misure di salute pubblica varate siano troppo lasche, troppo rigide o appropriate. Al governo è giusto contestare l'iniziale reazione emotiva (stop ai voli dalla Cina ma niente quarantena che è razzista; chiudo tutto, anzi no; è un'influenza, anzi la peste), la comunicazione poco rassicurante e la perdurante incertezza sull'aiuto economico alle zone in difficoltà. Ma la bontà delle soluzioni si capirà solo dai risultati, non a prescindere. E chi le ha adottate verrà giudicato - e votato - di conseguenza.

Per il momento è già una rivoluzione che la politica si sia riappropriata del primato e abbia ripreso in mano il timone. La tempesta non è passata e non è detto che la nave arrivi in porto sana e salva. Ma a occhio una nave dove i geografi tracciano la rotta e gli ufficiali comandano ha più possibilità di farcela.

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