Il nuovo vento e la solita sinistra

Sovranismo, però europeo: è con un gesto deciso e di tutela che Mario Draghi si è presentato sulla scena internazionale.

Il nuovo vento e la solita sinistra

Sovranismo, però europeo: è con un gesto deciso e di tutela che Mario Draghi si è presentato sulla scena internazionale. La telefonata alla presidente Ursula von der Leyen è stata il contorno; il centro è la decisione di bloccare i vaccini AstraZeneca destinati all'Australia, un'azione proposta e condivisa dall'Europa, con un significato chiarissimo. Abbiamo sbagliato ad accettare le condizioni imposte dai Big Pharma e adesso dobbiamo reagire. Sovranismo europeo, Ursula ha sposato la causa e ha trovato un punto di forza nella grande autorevolezza del presidente italiano. Allora coraggio, parliamo con Biden, perché capisca che gli Usa devono consentire un maggiore afflusso di vaccini in Europa, visto che siamo stati i primi a decidere di finanziare la ricerca delle grandi industrie private, anche statunitensi.

È seguita una reazione a catena: siamo autorizzati ad esaminare la possibilità di utilizzare il vaccino russo Sputnik ed anche ad avviare un processo di produzione autonomo del vaccino, tanto più in Italia, dove ci sono aziende che da tempo lavorano a farmaci e sieri che vengono esportati in Europa e negli Usa. E anche nella distribuzione si è deciso un cambio di passo: il personale sanitario, compresi gli specializzandi, non basta? Si potrà vaccinare nelle aziende, nelle farmacie, dovunque ci siano le condizioni di sicurezza sanitaria.

La mossa di Draghi, per nulla spettacolarizzata ma molto netta, ha prodotto una positiva reazione a catena, ha riacceso un'idea liberale dell'Europa, ma anche un'idea della difesa dei confini e della cultura del popolo europeo. Perché noi siamo nulla, quando mandiamo al tavolo delle trattative di mercato, con i più grandi colossi economici mondiali, la signora Sandra Gallina, ma siamo forti quando dietro ad Ursula si stagliano i profili di Merkel, Macron e Draghi. Soprattutto di quest'ultimo, che non ha bisogno del rituale pellegrinaggio a Washington per farsi conoscere e dare garanzie.

Non si può pensare, neppure per scherzo, ad una trattativa sul futuro tra Usa e Cina, con la Russia comprimaria di Pechino e l'Europa assente. Eppure, ci siamo cullati negli ultimi due anni in una strana idea, cioè che avremmo potuto, in quanto Italia, prendere in mano il nostro destino economico e negoziare autonomamente con l'Europa e gli Stati Uniti. Perfino, pensateci adesso, qualcuno ha lasciato intendere che avremmo potuto collaborare con la Cina, in perfetta solitudine. Queste idee sono fallite, come quella che «piccolo è bello», oppure «uno vale uno»: tutte baggianate populiste mandate velocemente al macero.

Eppure, è ancora necessario riflettere sul significato dell'iniziativa di Draghi, dietro i cui effetti si nasconde un grande cambiamento portato dai tempi del Covid. La grande pandemia mondiale ci ha fatto assaggiare gli effetti di quella che veniva definita «la teoria del Caos». Ricordate: un battito d'ali di una farfalla a Pechino (...)

(...) può provocare uragani dall'altra parte del mondo? Oggi è proprio così, qualsiasi iniziativa incroci l'economia diventa geopolitica e in tempo reale si proietta sul futuro di tutti i Paesi. Pensare di sopravvivere isolati è una sciocchezza, non appena gli effetti dell'epidemia si sono fatti sentire in maniera allarmante, in Italia tutto è cambiato, rapidamente, da un giorno all'altro. Il governo Draghi è già il prodotto del cambiamento e i partiti dell'ex centrodestra l'hanno capito. Forza Italia era già nel governo europeo, la Lega è stata veloce a modificare la rotta. La Meloni ha scelto di diventare il primo partito italiano di destra. Calcoli politici istantanei, dopo mesi di rendita di posizione sui sondaggi. Ma il vero terremoto è stato a sinistra e va capito per identificare la rotta di quell'elettorato. Il caso Zingaretti è un effetto, non una causa: il Pd vivacchiava da mesi sotto l'ombrello del governo Conte, tanto da innamorarsene, più di quanto non fosse successo in altre condizioni con i governi di Romano Prodi. Il teorema è semplice, ma non sta più in piedi: noi governiamo i processi reali, con i ministri, i centri di potere, la magistratura, i nostri amministratori, la rappresentanza con oneri e responsabilità la lasciamo a un altro. Ma i conti non tornano più, la pandemia richiede assunzione diretta di responsabilità, non si manda avanti il Paese con Conte, Arcuri, il Cts e Casalino, non si riesce a lucrare in concorrenza con un altro partito, più grande, il M5S, che altrettanto vivacchia, pur di arrivare alla fine della legislatura, con il classico «reddito di governanza». Due partiti «imboscati» non possono aspirare a mettersi insieme per durare: Zingaretti e i 5 Stelle non sono mai stati veri protagonisti del governo da quell'agosto del 2019, in cui furono trascinati a convivere dall'odiatissimo Matteo Renzi che, già nel febbraio 2020, chiedeva un cambio di passo e un governo di unità nazionale guidato da Draghi.

Dopo, è stata solo pandemia e le crisi dei due partiti di sinistra vengono da molto lontano. Zingaretti prova a reagire giocando d'anticipo sui suoi guai, Di Maio e Conte provano a nascondersi dietro Draghi, ma ogni iniziativa del governo li può affondare. E se il ministro Franco decidesse che gli euro del reddito di cittadinanza sono spesi male?