Qualcuno doveva aver incriminato Luigi Riserbato perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato". Parafrasare Il processo di Kafka è il miglior modo per iniziare a raccontare uno dei casi di malagiustizia più assurdi della storia italiana. Perché non riguarda solo la vittima ma anche il suo inquisitore. E perché i contorni che ha assunto rasentano il paradosso.
Gli elementi ci sono tutti: un sindaco che viene ingiustamente arrestato per associazione a delinquere, una sovranità popolare che viene sovvertita dalla magistratura, il pm che l’ha messo sotto indagine che viene condannato in via definitiva per tentata violenza privata contro i testi, che viene sospeso per due anni dal Csm mantenendo però lo stipendio mensile di 4.500 euro al mese e che una volta finita la punizione tornerà a fare il magistrato civile a Torino.
Riserbato, proviamo a ripercorrere la sua vicenda. Lei era sindaco di Trani da due anni quando nel 2014 viene stravolta la sua vita.
“Era il 20 dicembre e cadeva di sabato. Come accade a tutti i Sindaci d’ Italia avevo una agenda piena di impegni ed appuntamenti ed ero anche desideroso di vivere le gioie e la serenità dei giorni del Natale ed invece alle 6:30 circa di mattina vennero degli agenti della Digos di Bari a notificarmi l’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari”.
Improvvisamente il buio.
“Provai subito sentimenti di dolore e di incredulità che diventavano sempre maggiori leggendo il testo dell’ ordinanza”.
Lei non era solo in casa.
“Mia figlia Emiliana frequentava la quinta elementare e a quell’ ora dormiva serena. Riuscimmo a non svegliarla. Mia moglie Piera è molto forte di carattere e conoscendomi non dubitò neanche un attimo della correttezza del mio comportamento di amministratore. Siamo genitori di una meravigliosa ragazza con sindrome di Down e sappiamo bene che significa , da subito, trasformare il dolore in amore affondando il cuore e le mani nello stesso”.
Come reagì la comunità di Trani?
“Non ho mai avvertito l’ostracismo della mia comunità e questo mi ha aiutato veramente a non impazzire dal dolore”.
Andiamo avanti.
“Nel corso degli otto anni di durata del processo di primo grado incredibilmente venivamo a sapere che il nostro pubblico ministero Michele Ruggero era stato trasferito alla Procura della Repubblica di Bari perché indagato dalla Procura della Repubblica di Lecce per presunti reati commessi nei confronti dei testi escussi nel corso delle nostre indagini e poi via via condannato dal Tribunale di Lecce, dalla Corte d’appello di Lecce e poi dalla Corte di Cassazione con sentenza definitiva. Questi accadimenti sembravano confermare un disegno della Provvidenza imperscrutabile a volte agli occhi degli uomini ma chiaro invece a chi ha fede in Dio come me”.
Un caso di malagiustizia doppia.
“Non voglio entrare in dibattiti di natura politica ma proprio questo caso dimostra la bontà della riforma costituzionale della magistratura, per la quale saremo chiamati al referendum confermativo del 22 e 23 marzo, sperando appunto che l‘Alta Corte che si occuperà di procedimenti disciplinari abbia una obiettività e serenità di giudizio che evidentemente la sezione disciplinare dell’attuale CSM non ha avuto”.
Si riferisce ai due anni di sospensione e al fatto che Ruggero abbia continuato a percepire metà dello stipendio?
“Mi limito ad evidenziare le disparità di trattamento che ci sono tra dipendenti dello Stato sottoposti a procedimenti penali”.
Come fa a credere anche nella giustizia?
“Rispondo con una frase del grande Piero Calamandrei: “Per trovare giustizia bisogna esserle fedeli perché essa come tutte le divinità si manifesta solo a chi ci crede“. Io ci ho creduto”.
Lei si definirebbe una vittima di malagiustizia?
“Mi autodefinisco semplicemente vittima di un errore giudiziario commesso aihimé da un pm e da un GIP che hanno esercitato in maniera impropria l’azione penale provocando danni inestimabili alla mia vita, alla mia famiglia, alla mia città”.
Cosa resta di tutto questo?
“Mi consola infine pensare che la vita questa è: nessuno se la sceglie, ciascuno ha la sua, dritta, piena di curve, in salita, in discesa. A noi è dato solo decidere se fermarsi o se invece continuare a crederci a combattere”.