Se un prete celebra nozze gay

Non c'è più religione. Perché quando si comincia a rotolare giù dalla china, si sa dove si comincia. Ma non si sa mai dove si va a finire

Se un prete celebra nozze gay

Non c'è più religione. Perché quando si comincia a rotolare giù dalla china, si sa dove si comincia. Ma non si sa mai dove si va a finire. Forse all'inferno, se tocca vedere un parroco che si fa consegnare la fascia tricolore da un sindaco per unire in matrimonio due omosessuali. Nulla in contrario, ovviamente, alle consuetudini intime e soprattutto di vita delle due novelle spose, Francesca 38 anni e Beatrice di 50. Superato ormai anche il tabù di due persone dello stesso sesso che si scambino le fedi nuziali, ma almeno crocifissi, tonache e acqua santa lasciamoli in chiesa. Così, tanto per continuare ad avere qualche punto di riferimento in questa società che da liquida sta diventando sulfurea. E le tentazioni dal deserto si stanno trasferendo in chiesa. Così come è successo l'altro giorno a Sant'Oreste, 3.600 anime in provincia di Roma, luogo per tradizione di santi e miracoli, quando il parroco di San Lorenzo Martire, don Emanuele Moscatelli, dopo aver chiesto l'autorizzazione alla sindaca Valentina Pini, ha indossato la fascia e proceduto al matrimonio. In Comune, ovviamente, ma altrettanto evidentemente trasgredendo le regole della casa. Anzi della Chiesa. Che, almeno per il momento, per matrimonio intende il sacramento che unisce un uomo e una donna. E per l'eternità (possibilmente). «Il parroco - ha raccontato - mi ha chiesto la delega per sposare le due donne, perché è prerogativa del sindaco concederla e, nella volontà di non ledere i diritti di nessuno, gliel'ho data». Ma aggiungendo anche che «avendo una certa confidenza, gli ho detto pure di valutare l'opportunità di questa cerimonia». Ed effettivamente la cosa non poteva passare inosservata, tanto che il vescovo Romano Rossi, della diocesi di Civita Castellana, si è presentato a celebrare la messa della domenica. Tenendosi a fianco l'estroso don Moscatelli. «Presto avrete un nuovo parroco», ha comunicato ai fedeli durante la funzione. Un atto dovuto, verrebbe da dire, ma non per il Gay Center. «Il vescovo ci ripensi - l'appello -. Questi pregiudizi andrebbero superati, la Chiesa dovrebbe essere più vicina ai suoi fedeli». Ma, ha spiegato il vescovo, il don «si è dimesso spontaneamente, ha capito l'inopportunità e farà un periodo di riflessione e di verifica». Perché «il parroco - spiega il vescovo Rossi - è un libero cittadino, ma c'è un canone che impedisce ai sacerdoti di officiare cerimonie civili a prescindere da chi si sposa. Ma si dialoga nella Chiesa e così ho fatto con don Emanuele». Sarebbe tutto così semplice. Se solo si seguissero le regole. Quelle che indicano la (retta) strada.

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