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Yes, we Kant

Ci è caduto l'occhio sul titolo di prima pagina di Repubblica sulla morte di Ali Larijani, capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell'Iran

Yes, we Kant
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Noi leggiamo i giornali che è ancora notte. E ieri, mentre riflettevamo sul cielo stellato sopra di noi e sulla legge morale dentro certi quotidiani, ci è caduto l'occhio sul titolo di prima pagina di Repubblica sulla morte di Ali Larijani, capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell'Iran: «Un pragmatico che amava Kant». Solo la sinistra italiana riesce a tracciare un'immagine romantica di ogni macellaio antioccidentale che spunta fuori.

E lì, mentre leggevamo del pragmatismo di un raffinato kantiano che guidò il massacro dei manifestanti iraniani nelle proteste di gennaio (ma anche l'ucraino Dmytro Kukharchuk, comandante nazista del battaglione Azov, leggeva Kant ai suoi soldati), ci siamo ricordati tutti i dittatori che amavano Wagner, la filosofia e la poesia.

Dopo l'arresto di Mussolini, un divoratore di libri, Hitler che si portò nel bunker della disfatta 16mila volumi - gli mandò in regalo l'opera omnia di Nietzsche. Stalin era un lettore accanito con una biblioteca di 20mila libri. Mao, la cui rivoluzione culturale annientò un pezzo di Cina, lavorò nella biblioteca dell'Università di Pechino. Pol Pot, che sterminò due milioni di cambogiani, studiò alla Sorbona. Saddam Hussein scriveva romanzi. E Khamenei amava la poesia persiana.

Tutta

gente che massacrava la propria gente per troppo amore.

Morale? Forse questa. Che se per i reazionari ogni tanto un po' di manganello fa bene al popolo, per i progressisti a volte fargli provare l'ebbrezza Pol Pot lo rigenera.

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