Dal "tutto chiuso" al "tutto aperto" senza mai pensare alla via di mezzo

Sono passati nove mesi da quando il Covid ha fatto capolino a Codogno, ma ancora una politica matura di gestione della pandemia deve vedere la luce

Dal "tutto chiuso" al "tutto aperto" senza mai pensare alla via di mezzo

Sono passati nove mesi da quando il Covid ha fatto capolino a Codogno, ma ancora una politica matura di gestione della pandemia deve vedere la luce. Nove mesi non sono bastati per uscire dalla dicotomia binaria del «chiudere tutto» e del «liberi tutti». E come nel film Ricomincio da capo, ogni volta ci ritroviamo nella stessa condizione: i contagi salgono, è indispensabile prendere misure drastiche, così i contagi calano, si riapre più o meno tutto e i contagi risalgono... Forse è tempo di cambiare approccio.

Può essere utile la metafora del bambino malato. Supponiamo di essere degli undicenni con tosse e raffreddore. La mamma dice che dobbiamo metterci la maglia della salute, stare coperti e per una settimana a calcio non ci possiamo andare, perché altrimenti ci viene la bronchite e se succede stiamo chiusi in casa almeno un mese, niente scuola né amici. C'è un rischio e c'è una soluzione momentanea che limita la libertà, ma evita rinunce più lunghe e fastidiose. Piuttosto lineare.

Con il Covid, la nostra «mamma» invece si è comportata come una signora con sbalzi d'umore, sballottata fra l'iper-protezione e il permissivismo incosciente. Davanti al pericolo di contagio, ci ha chiusi giustamente in casa. Il problema è che dopo ci ha lasciati correre fuori esposti alle intemperie del virus senza darci qualche sana regola. Quello che manca è una «maglietta della salute» che ci protegga dopo l'ondata, mentre cerchiamo di vivere una vita il più possibile normale.

Fuor di metafora, davanti alla riapertura dei negozi ci siamo accorti che nessuno aveva fatto nulla per regolare i flussi. Ci hanno detto di andare a giocare (o a fare shopping, è lo stesso) e poi, inorriditi dalla calca, ora prospettano nuove lungodegenze obbligate sul divano, in una snervante altalena di reclusione e selvaggia anarchia per la libertà ritrovata.

Un genitore saggio - o uno Stato - avrebbe pianificato una serie di misure per consentire una graduale ripresa delle attività: prolungare gli orari di apertura degli esercizi per evitare assembramenti, implementare il trasporto pubblico, inventarsi schemi tipo «targhe alterne», limitare gli accessi a certe zone delle città, fare finalmente funzionare quel tracciamento che ancora fa acqua da ogni parte a causa di una comunicazione carente dei dati fra i laboratori, le app e le Asl. Ci sarebbero stati capricci (siamo un popolo poco incline alla disciplina, inutile negarlo) e anche qualche necessaria punizione per i disobbedienti, ma alla fine si sarebbe stabilita una convivenza col virus, riducendo il rischio e riprendendo un'esistenza non clausurale. Non spensierata come prima, ma almeno decente.

Invece no, preferiamo ancora il massimalismo del tutto o niente, perché abbiamo la lungimiranza di una talpa con la cataratta e funzioniamo solo nella dinamica dell'emergenza: molti morti, molto rigore. Poi quando la spada di Damocle si allontana, mandiamo tutto in vacca. D'altronde l'esempio è la «super mamma» Europa, che vieta le messe e chiede di non riaprire le scuole, chiudendo un continente in una bolla di asocialità. Con mamme così bipolari, non lamentatevi se poi vengono su dei figli problematici.

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