Utero in affitto, illegale in Italia. Ma Facebook lo rimborsa ai dipendenti

Facebook copre le spese dei dipendenti assunti per l'utero in affitto. La scoperta che rischia di far discutere. Anche gli italiani possono usufruire della disposizione interna

Utero in affitto, illegale in Italia. Ma Facebook lo rimborsa ai dipendenti

Alcuni colossi aziendali coprono, da un punto di vista economico, buona parte se non tutte le spese relative all' utero in affitto, che è - com'è noto - una tecnica di procreazione assistita consentita in alcune nazioni, ma espressamente vietata per legge in altre. Tra le aziende che hanno deciso di disporre in tal senso, c'è anche Facebook, che ha immaginato un regime di rimborsi comprendente la maternità surrogata. Non vale per tutti, ma solo per quei lavoratori che possono vantare di essere stati assunti a tempo indeterminato dall'impresa statunitense. Il che, considerando che i dipendenti di Marck Zuckerberg operano in quasi tutte le zone del mondo, suggerisce almeno l'apertura di qualche interrogativo. Esistono, insomma, dipendenti del Belpaese o residenti in paesi dove la surrogazione è sostanzialmente bandita che sono in diritto di usufruire di questa normativa interna?

Stando a quello che si legge sul Corriere della Sera, sembra possibile che anche dei nostri concittadini accedano a questa sorta di abbuoni. Esiste pure un limite economico detrattivo: sulla fonte citata si parla di un tetto pari a 17mila euro. Questo è rilevante pure per quelle persone che procedono alla surrogazione di maternità, passando però dalle "possibilità" offerte da Stati diversi da quello di residenza. Abbiamo già avuto modo di parlare dell'esistenza di un vero e proprio prezzario, che si differenzia a seconda dell'interlocutore a cui ci si rivolge. La battaglia contro l'utero in affitto è stata rilanciata pochi giorni fa dagli organizzatori del Congresso delle famiglie di Verona. Chi si oppone alla diffusione di queste tecnica di procreazione assistita è solito mettere in discussione la natura gratuita di quella che viene fatta passare come una donazione. Non risulta facile, del resto, riscontrare la presenza della cosiddetta "economia del dono", rispetto a procedure per cui vengono spesi parecchi soldi. Le aziende che coprono questo genere di spese, però, potrebbero aver trovato un alleato nella Corte europea dei diritti umani, che ha da poco sentenziato così: "un bambino che nasce all’estero con la maternità surrogata in un Paese in cui la gestazione per altri (gpa) è legale deve essere riconosciuto anche nei Paesi europei in cui questa pratica non è consentita, o con la trascrizione immediata all’anagrafe oppure con un’adozione piena che riconosca tutti i diritti-doveri anche alla madre non biologica". Più di qualcuno ha pensato che si tratti di un'apertura sullo status giuridico.

La contrapposizione sul tema è forte. Le istituzioni europee che caldeggiano il riempimento del vuoto legislativo continuano a pronunciarsi. D'altro canto, un gran numero di forze politiche, sostenute in questo specifico caso anche dai movimenti femministi, proseguiranno con il dare battaglia.

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