Virus, l'avvertimento dell'Oms: "In Asia l'epidemia non è ancora finita"

Risalgono i contagi in Giappone e si registrano nuovi piccoli focolai in Corea del Sud. Dalla Cina, invece, preoccupano gli asintomatici e i nuovi positivi, tra cui anche persone già guarite dal Covid-19

Nonostante i numeri e segnali piuttosto incoraggianti degli ultimi giorni, l'epidemia da coronavirus, in Asia, non sarebbe ancora terminata e a farlo sapere è stato il direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità per il Pacifico occidentale, Takeshi Kasai. "Permettetemi di parlare chiaramente: in Asia l'epidemia non è finita per niente", ha dichiarato il medico, che con le sue parole ha messo in guardia tutto il mondo, visto che le misure messe in atto dai singoli Stati per frenare il contagio causato dal Covid-19 sono servite soltanto a prendere tempo per "prepararsi a una trasmissione su larga scala nelle comunità".

L'allarme per i nuovi focolai

Secondo quanto riportato da La Stampa, a preoccupare in modo particolare la comunità scientifica sono soprattutto i nuovi focolai e i "casi importati". Perché anche se Cina, Taiwan, Hong Kong e Singapore hanno temporaneamente vietato l'ingresso a tutti gli stranieri, il Giappone alla maggior parte degli europei e la Corea del Sud obblighi chinque arrivi sul suo territorio a 14 giorni di quarantena, il problema in quell'area sembra persistere.

I dati che preoccupano

In Giappone, poi, il numero dei contagi ha ripreso a salire il giorno successivo alla notizia del rinvio delle Olimpiadi 2020 e in Corea del Nord, finora, non ci sarebbero casi registrati (fatto che ha mosso diverse perplessità). In Indonesia, che per settimane sembrava quasi essere immune dal Covid-19, il governatore della capitale Giacarta ha denunciato che i decessi registrati negli ultimi giorni potrebbero essere quattro volte quelle ufficializzate (almeno per quanto riguarda la sua città).

Il caso Corea del Sud

In Corea del Sud, uno dei Paesi più colpiti e dove le misure per il contenimento dell'epidemia sono state più ferree, piccoli focolai di infezioni avrebbero continuato a diffondersi attorno a chiese, ospedali e case di cura per anziani. Questo nonostante, all'inizio, la risposta coreana era sembrata tra le più "aggressive" contro il nuovo virus. Tuttavia, Seoul ha deciso di programmare un graduale ritorno alla normalità forse già dal prossimo mese e ha incaricato un gruppo di medici, funzionari pubblici e associazioni civiche di creare delle linee guida per nuovo modo di vivere la socialità. In base a quanto ricostruito dal quotidiano, nel Paese, si parlerebbe persino di un ritorno a scuola a banchi alternati o alla riapertura dei ristoranti soltanto se dotati di apposite divisori per i clienti.

Il problema della Cina

Altro elemento che preoccupa i funzionari dell'Oms è anche il problema dei pazienti asintomatici, che in queste ore sta investendo soprattutto la Cina. Il Paese, iniziale epicentro del contagio, finora non aveva conteggiato coloro che risultano positivi al tampone ma che non hanno sviluppato i sintomi. Ieri, la Commissiona nazionale per la Sanità cinese ha rivelato, per la prima volta, che in tutta la Cina continentale ci sarebbero 1.541 casi asintomatici e che da oggi saranno conteggiati anche pubblicamente.

L'allarme dei guariti

L'annuncio, in queste ore, ha fatto seguito all'appello del premier Li Keqiang che, rivolgendosi ai vari governi locali, ha sottolineato la necessità (e il dovere) di comunicare tutti i casi "senza insabbiare i rapporti con l'intento di mantenere a zero il numero dei nuovi contagi". In base ai numeri avuti nelle ultime ore proprio dalla Cina, gli asintomatici dovrebbero rappresentare più o meno un terzo del totale dei casi e che alcuni dati raccolti a Wuhan, la città più coinvolta, dimostrerebbero che tra il 5 e il 19% dei "guariti" sarebbe tornato a risultare positivo.

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