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Cucina

Alberto Cortesi, l’uomo che fece della ristorazione milanese una storia di famiglia

I figli ricordano il grande imprenditore che ha fondato i più celebri locali del centro: “Nostro padre ci ha insegnato che la tradizione vince sempre”

Alberto Cortesi

Ha lasciato un vuoto nella ristorazione milanese Alberto Cortesi, uno di quegli imprenditori che hanno attraversato più di mezzo secolo di storia della città senza mai perdere il rapporto con il proprio mestiere, con i clienti e soprattutto con una certa idea di ristorante. Classe 1941, originario di Ponte Buggianese, nel Pistoiese, Cortesi arrivò a Milano appena sedicenne, portandosi dietro dalla Toscana il gusto per il lavoro e una familiarità con l’ospitalità che avrebbe trasformato in una lunga avventura imprenditoriale. La sua storia milanese comincia dal basso, come quella di molti grandi ristoratori della sua generazione. «Mio padre arriva a Milano a 16 anni dopo aver fatto stagione all’Hotel La Pace di Montecatini Terme», racconta il figlio Fabio, che oggi dirige insieme alla sorella Silvia i ristoranti della famiglia. «A Milano inizia a lavorare come cameriere al ristorante La Tegola, in via Napo Torriani. Nella stessa via lavorava mia madre, nel suo negozio di frutta e verdura. Si conobbero a 16 anni e non si sono più lasciati». Mariuccia non sarebbe stata soltanto la compagna di una vita, ma anche una presenza decisiva nella costruzione dell’impresa familiare. Il primo locale da gestire fu Alle Asse, l’attuale Risacca 6. Poi, nel 1978, Cortesi aprì insieme alla moglie il Charleston in piazza Liberty: sarebbe diventato uno dei luoghi simbolo della sua storia. La crescita prosegue con il Replay di piazzetta Pattari nel 1985, il Primafila di via Ugo Foscolo nel 1989 e il Coco Pazzo di via Durini nel 1995. Locali diversi, indirizzi diversi, pubblici diversi, ma un tratto comune: l’idea che un ristorante non dovesse essere semplicemente replicato, come un marchio, ma costruire una propria identità. È forse questa la filosofia che più di ogni altra ha caratterizzato il gruppo Cortesi. Negli anni successivi arrivano infatti alcuni indirizzi già affermati: nel 2001 il Santa Lucia, nel 2003 la Torre di Pisa e nel 2005 i Quattro Mori. Il gruppo Cortefin si amplia, ma senza trasformare i suoi ristoranti in copie l’uno dell’altro. «Tutti i locali del gruppo hanno una loro caratteristica, una loro clientela, un loro menu», spiega Fabio. «Non seguono un format unico che renderebbe la gestione più semplice, ma la tradizione non si cambia perché vince sempre. Questo ci ha insegnato a me e mia sorella Silvia». È una scelta quasi controcorrente in un’epoca nella quale la ristorazione tende sempre più alla standardizzazione, alla riconoscibilità immediata del format, alla replicabilità. Cortesi ha seguito la strada opposta: tanti ristoranti, tante identità. E una convinzione semplice, quella che la tradizione, se custodita e aggiornata senza snaturarla, possa continuare a parlare a generazioni diverse. I suoi locali sono così diventati negli anni luoghi della Milano che conta, frequentati da personaggi della cultura, della finanza, dell’industria e dello spettacolo. Ma la vera misura del successo di Cortesi forse sta proprio nella capacità di aver fatto convivere il cliente celebre e quello affezionato, la mondanità e la quotidianità, senza trasformare il ristorante in un semplice palcoscenico. C’è poi un episodio che racconta bene il carattere dell’imprenditore più di molti bilanci. Quando Apple progettò il grande intervento in piazza Liberty, era pronta a rilevare il Charleston con un’offerta di diversi milioni di euro. Cortesi disse di no. Il ristorante rimase al suo posto, mentre sotto di esso prendeva forma il nuovo spazio Apple ricavato nelle sale dell’ex cinema Apollo. Il Charleston, invece, continuò la sua storia affacciato sulla piazza, con il suo dehors, fino a essere sottoposto negli anni anche a un accurato restyling. È forse questo il dettaglio che meglio restituisce il personaggio: un imprenditore capace di crescere, rilevare locali, costruire un gruppo e muoversi con grande concretezza, ma anche abbastanza legato alla propria storia da non considerare necessariamente un affare ogni proposta economicamente vantaggiosa. Dalla piccola ristorazione degli inizi alla costruzione di un gruppo che oggi comprende alcuni indirizzi storici della città, la traiettoria di Cortesi coincide in qualche modo con quella della Milano della seconda metà del Novecento: una città ancora capace di accogliere chi arrivava da fuori, di offrire occasioni a chi cominciava dal lavoro, e nella quale un mestiere poteva trasformarsi, con il tempo, in un’impresa e poi in una tradizione familiare. Oggi quella tradizione è nelle mani dei figli. Fabio e Silvia raccolgono un’eredità fatta non soltanto di insegne e ristoranti, ma di un modo di intendere l’ospitalità. Il principio, però, rimane quello imparato dal padre: ogni locale deve avere una personalità, una storia, una ragione per cui il cliente scelga proprio quella porta. Perché per Alberto Cortesi la ristorazione non era mai stata soltanto una questione di tavoli, piatti e fatturati. Era soprattutto un modo di costruire luoghi della città. E di farli durare.

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