La cerimonia di premiazione dei 50 Best Bars, i migliori cocktail bar al mondo, sta alla comunità internazionale dei bartender come la notte degli Oscar sta all’industria del cinema. Almeno di quella americana. Così l’appuntamento andato in scena l’altro ieri al Palazzo del Ghiaccio di Milano, per la prima volta in Italia, era di quelli da non perdere ad alcun costo. Se non altro perché, dietro la creatività e il talento di chi governa lo shaker, è ben visibile l’industria degli spirits e affini che ultimamente non se la sta passando bene tra crisi economica e infatuazione per il no alcol tra i giovani e che, proprio nel mondo del bartending, ripone molte delle sue speranze.
In un clima di grande eccitazione, con bartender arrivati davvero da ogni parte del mondo, tanto per intenderci il miglior bar africano si trova ad Accra, capitale del Ghana, ed erano tutti presenti, a salire sul gradino più alto del podio e per il secondo anno di fila il Bar Leone, guidato dall’italiano Lorenzo Antinori in quel di Hong Kong. Alle sue spalle il milanese Moebius di Lorenzo Querci, protagonista negli ultimi tre anni di una scalata alla vetta degna del miglior Marco Pantani sul Mortirolo: 38° posto nel 2024, 7° nel 2025. La classifica, a tutti gli effetti, appare essere molto fluida da un anno all’altro. Il romano Drink Kong ad esempio, miglior bar italiano nel 2022 con il suo 16° posto, quest’anno è precipitato al 92°. L’emblema milanese dell’aperitivo, lo storico Camparino in Galleria, 27° posto nel 2021, è sparito dai radar così come L’Antiquario di Napoli, un buon 44° piazzamento nel 2023 e oggi fuori dalla lista dei primi cento.
C’è insomma chi sale molto velocemente e c’è chi, altrettanto velocemente, scende. Misteri dei votanti selezionati tra bartender, giornalisti e influencer a vario titolo ma di cui si ignora il nome. Sta di fatto comunque che apparire nella 50 Best Bars, sorella della più celebre 50 Best Restaurants e delle, meno note ai più, Best Hotels e Best Vineyards, non serve solo a far gioire gli animi di chi ne fa parte. Un habitué della 50 Best Bars come Giacomo Giannotti, l’italiano che guida il Paradiso a Barcellona, quest’anno vincitore del premio «Legend of the List» e numero uno al mondo nel 2022, ha confessato che quando fu premiato come miglior esordiente nel 2017 il fatturato del locale crebbe del 20% e quando raggiunse il primo posto, l’anno successivo fu, parole sue, «pazzesco». Il che fa insomma capire come la 50 Best Bars, una creatura «partorita» nel 2009 dall’agenzia londinese William Reed e cresciuta esponenzialmente nel corso degli anni, a dispetto anche di alcune critiche e più di qualche perplessità sui repentini cambiamenti di classifica, serve un po’ a tutti. Ai locali e alle aziende che ci investono tempo e denaro. Forse un po’ meno ai clienti abituali, come ha ricordato con saggezza Thanos Prunarus, fondatore e proprietario dell’ateniese Baba Au Rum nonché navigatore di lungo corso nella 50 Best: «Essere presente sicuramente porta a dei ritorni anche molto concreti - ha raccontato -, ma soprattutto, per quanto ci riguarda, per i turisti che vengono a visitare Atene. La nostra clientela abituale non conosce o non si fa influenzare dalla lista e anche questo ci fa piacere perché può essere pericoloso basare tutto il proprio lavoro sui risultati ottenuti nella 50 Best. Noi vogliamo continuare a essere soprattutto un bar per gli ateniesi». In altre parole, la 50 Best Bars può pur essere il gioiello della corona, ma non è la corona stessa. Quella si costruisce con le proprie mani, e quelle di un team di fiducia, giorno per giorno. Certo servendo cocktail a regola d’arte, ma sapendo anche curare tutti i dettagli che fanno di un passaggio al bar qualcosa di più significativo dello svuotare un bicchiere.
Lorenzo Antinori, fresco di rinnovata vittoria e portabandiera di una numerosa pattuglia di connazionali ai piani alti della classifica a dimostrazione che forse si può parlare di una «via italiana al bartending», l’ha detto senza troppi giri di parole: «Perché un locale goda di credito tra i suoi clienti contano diversi elementi, alcuni dei quali nemmeno troppo visibili al cliente stesso: i bicchieri, la musica di sottofondo che si sceglie, i particolari dell’arredamento, il cibo e ovviamente l’atmosfera».
