Poteva essere una data decisiva quell’11 settembre, ma aldilà dei fiumi di retorica che l’hanno accompagnata, non lo è stata. Almeno in Europa, certamente in Italia dove si arriva perfino a discutere sull’opportunità di sospendere per pochi giorni Schengen dopo il disastro spagnolo. Quell’11 settembre doveva farci capire che la civiltà occidentale è figlia di una lunga storia di battaglie, di sconfitte e di conquiste che ci ha concesso molte libertà e molti diritti personali. Libertà e diritti che possono essere precari, spazzati via dai nemici di quella civiltà, cioè da chi ha fatto saltare per aria le Torri Gemelle.
Atti terroristici non sono episodi casuali, dovrebbero farci capire l’entità del pericolo, ma si genera una schizofrenica percezione della gravità della situazione: da un lato, le giuste e necessarie operazioni di polizia e di intelligence per prevenire e arrestare i terroristi, ma, dall’altro, un’opinione pubblica, quella più fragorosa e incisiva - giovanile e intellettuale pronta a scendere in piazza per inneggiare, sostenere, dar voce a quelle realtà palestinesi, islamiche sostanzialmente antioccidentali, spesso dichiaratamente terroristiche. Perché in Europa accade questo? (Negli Stati Uniti il problema è diverso). Certo, si può far riferimento a importanti riflessioni filosofiche e sociologiche sul «tramonto dell’Occidente» nel senso della perdita del radicamento alla tradizione, dovuto a una inevitabile ciclicità della storia che non siamo in grado di fronteggiare (Spengler); dovuto all’irruzione devastante della tecnica sulla cultura umanistica (Heidegger); dovuta al nichilismo della civiltà di massa (Jünger). Solo per citare alcuni. Ma in questi quasi cent’anni dal tempo di quelle riflessioni, è accaduto ancora qualcos’altro, messo proprio in evidenza dal modo in cui si è percepito quell’11 settembre.
Si è sviluppato un senso di colpa per appartenere a una civiltà (occidentale) indiscutibilmente superiore-migliore a qualsiasi altra civiltà del pianeta per quanto riguarda le libertà, i diritti umani, il rispetto delle persone e delle loro differenze. Questa indiscutibilità viene vissuta come una colpa, per cui, appena c’è l’occasione, si fa atto di contrizione: ecco, il povero palestinese che ha massacrato ottomila ragazzi, non si può non comprenderlo e giustificarlo. Lui è un disgraziato, i ragazzi da massacrare sono ebrei che vivono in uno Stato democratico, per giunta ostile alla dittatura e al terrorismo di Hamas.
Ma non finisce qui: il senso di colpa vissuto soggettivamente e intellettualmente, diventa politico, grazie all’ottusa pervicacia dei burocrati della Ue che neppure hanno avuto la sensibilità, l’intelligenza, la cultura di sottoscrivere che le radici dell’Europa sono giudaico-cristiane. Allora il senso di colpa sociale e religioso (si legga il discorso a Regensburg di Papa Ratzinger) porta a doverci vergognare di appartenere a una terra, a una famiglia, a una civiltà politica. E per riparare a questo senso di colpa si celebra un’astrazione - l’Europa - e si nega l’appartenenza vera, quella alla nazione, alla regione, alla città, come fosse appunto una colpa, di cui sarebbe bene liberarsi, senza considerare che sono proprio quelli i confini da difendere e da amare. L’11 settembre ha insegnato quale preziosa superiorità, in fatto di libertà e diritti, abbia la nostre civiltà? Bisogna essere molto ottimisti per crederlo.
