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Cultura e Spettacoli

Da Solone al giorno d’oggi: ecco le regole del carisma

L’antichista Luca Fezzi ricostruisce le vite di politici e militari del passato che con il loro stile di comando hanno lasciato una traccia nella storia. Sono esempi validi anche applicati al nostro mondo

Potere Nella foto grande un famoso quadro di Renato Guttuso: «Comizio di quartiere» (tecnica mista del 1975), sotto la copertina del saggio di Luca Fezzi

Cos’è la leadership? Cos’è la capacità di assumere il potere politico e dirigerlo verso un fine? È una dote razionale, o è invece la capacità di intuire cosa si muove nella pancia del popolo e dirigerne gli spiriti animali? Tutte queste cose assieme? E soprattutto si può imparare? Si possono utilizzare dei modelli? Sono domande che gli esseri umani si pongono dall’antichità e a cui neanche la scienza politica moderna ha dato delle risposte definitive. Per quanto riguarda, però, i modelli che arrivano dall’antichità e che gli antichi stessi consideravano exempla di capacità politica e di comando ci ha pensato l’antichista Luca Fezzi ad elencarli e categorizzarli in L’arte del comando. Lezioni dal mondo antico (Mondadori, pagg. 264, euro 22) che sarà in libreria dal 13 ottobre.

In un’epoca come la nostra, avida di coaching, mentoring e storytelling può essere stupefacente quanto risultino articolate, e ricche di suggestioni, le narrazioni dei biografi antichi che hanno studiato i grandi della loro epoca: a partire da un classico famosissimo come le Vite parallele di Plutarco (ca 46 d.C. - 127 d.C.).

Fezzi ha scelto una serie di personaggi e li ha caratterizzati per una particolare virtù politica, utile anche negli agoni elettorali o internazionali di oggi. Ovviamente Fezzi ci avvisa subito che non tutto quello che si trova in Plutarco è necessariamente storia come la intendiamo noi: «Il grande biografo non compete con gli storici. Cerca piuttosto un dialogo vivo con i suoi protagonisti, una simbiosi morale, accogliendo ospite ciascuno di loro a turno grazie alla storia per far nascere dalle loro virtù emulazione e un impulso che porta all’imitazione».

Ecco allora alcuni dei personaggi che il saggio racconta a caccia di archetipi che si specchiano anche nel moderno.

All’origine della democrazia degli antichi, che non è uguale a quella dei moderni, ma resta un punto di riferimento c’è il grande legislatore ateniese Solone. Quali sono le sue caratteristiche: innanzitutto la capacità di mediare. L’uso costante di un soft power capace di conciliare conflitti interni all’apparenza insanabili. Una sorta di arte di scontentare tutti mettendo però in campo l’unica soluzione praticabile. Con questa tecnica Solone riuscì a fornire ad Atene un sistema legislativo stabile che univa gli interessi di più ceti. Un modello che nella modernità potremmo vedere nella capacità ad esempio di ricucire il Sudafrica di Nelson Mandela. Una linea di comando che ha come pregio la progettualità. Come limite spiega Fezzi: «Il suo modello comporta intrinseche fragilità: ottimista sulla natura umana, dipende troppo dalla virtù altrui; la sua equidistanza rischia di scontentare tutti; privo di forza coercitiva, crolla quando il gioco diventa pesante». A Solone capitò con l’avvento del tiranno populista Pisistrato.

Atene ci regala anche un altro esempio di leadership molto diverso: quello di Temistocle. In questo caso un leader astuto con un progetto militare di resistenza ad un nemico forte e temibile: l’Impero persiano. Dove Solone è cultura Temistocle è improvvisazione, resilienza e capacità di mobilitare risorse. Una via di mezzo tra Churchill (che però era molto colto) e un interprete di se stesso come Volodymyr Zelensky. Nello scontro con Serse i mantra della sua strategia furono: manipolare, indietreggiare alla bisogna, resistere sempre. Punti di forza di questo stile di comando: «Temistocle è il leader intuitivo e pragmatico. Un istinto quasi profetico gli permette di scorgere opportunità e pericoli prima degli altri». I limiti? «Un leader adatto ai tempi di crisi ma inadeguato in quelli normali».

Ovviamente questi sono soltanto due esempi tra gli altri leader antichi messi sotto la lente di ingrandimento: Alessandro Magno, Quinto Fabio Massimo, Pompeo, Cicerone...

Ovviamente resta sempre uno dei grandi dubbi che da secoli caratterizza i politologi. Quanto possono servire dei modelli? Un dubbio che perseguitava già Guicciardini, molto meno dogmatico sulla leadership di Machiavelli: «È grande errore parlare delle cose del mondo indistintamente e assolutamente, e per dire così, per regola; perché quasi tutte hanno distinzione ed eccezione per la varietà delle circostanze, in le quali non si possono fermare con una medesima misura; e queste distinzione ed eccezione non si trovano scritte in sui libri, ma bisogna le insegni la discrezione». Portando il dibattito nella contemporaneità dove la critica è divisa tra primitivisti e modernisti. I primi, ispirati sia dal pensiero liberale che da quello marxista, giudicano il divario economico tra «antichità» e «modernità» come qualitativo ed incolmabile. I secondi, tra cui - con moderazione - anche Luca Fezzi, privilegiano l’idea che gli sviluppi storici non siano né lineari né irreversibili, individuando analogie qualitative, pur nelle enormi differenze quantitative. Chi avrà ragione? Guardando empiricamente a come si comportano la maggior parte dei leader beh le biografie antiche sono finite sui comodini di tutti. Basti dire che Napoleone, in veste di scrittore quando la sua carriera politico militare si era già arrenata sugli scogli di Sant’Elena, dettò al generale Marchand Le guerre di Cesare.

Un libro di analisi politica militare in cui confrontare se stesso con i successi e le sconfitte dell’antico dittatore democratico a cui si sentiva simillimo.

Anche senza essere Napoleone si può dire che questi modelli antichi a pelle ci possono risuonare su molte cose. Comunque senza voler male a nessuno forse si può cavare qualcosa in più dalla biografia di Cicerone o Pericle che da Messaggio per un’aquila che si crede un pollo o affini...