«Uomo di espressioni varie e tradizione una», come è stato definito in una raccolta di scritti in suo onore, Gianfranco de Turris è uno dei più importanti protagonisti della cultura italiana. Appassionato curatore, e autore, di narrativa fantasy e fantascientifica, Presidente della Fondazione Julius Evola, esperto di H.P.Lovecraft e animatore indipendente di mille iniziative culturali, il nostro è anche e, forse, soprattutto, tra i massimi esperti dell’opera di J.R.R.Tolkien, che contribuì più di ogni altro a far conoscere nel nostro Paese ben prima delle strabilianti pellicole di Peter Jackson.
Era la fine degli anni Sessanta, infatti, quando apparvero, sulla stampa italiana, i primi articoli di de Turris dedicati alla Compagnia dell’Anello e al Professore di Oxford, ed era l’inizio del decennio successivo quando cominciarono le polemiche contro la sua lettura dell’opera di Tolkien da parte del collettivo vicino alla rivista Un’Ambigua Utopia, che criticava l’interpretazione tradizionale del Signore degli Anelli da parte di de Turris. Mezzo secolo dopo siamo ancora lì: de Turris continua a occuparsi di Hobbit e gli altri - questa volta gli anonimi che si firmano Wu Ming - seguitano a contestarlo. È quindi un bene che la storia di questi sessant’anni sia stata adeguatamente raccolta e puntualmente commentata in un volume che racchiude tutta (per ora!) la produzione tolkeniana di Gianfranco de Turris: Il professore che amava i draghi. Miti e simboli in J.R.R.Tolkien (Lindau, pagg. 400, euro 26), con prefazione di Paolo Paron e introduzione di Guido Andrea Pautasso.
Il lettore non può che restare stupito dalla varietà di approfondimenti svolti nella pluridecennale attività di saggista, prefatore, giornalista e curatore di opere e temi tolkeniani: dal saggio sulle Radici sacre e simboliche della letteratura fantastica, che apre il volume, alle celeberrime considerazioni su Tolkien e l’evasione del prigioniero, passando per L’immaginario medievale nel fantastico contemporaneo e le Nuove Mappe del Paradiso. Inabissandosi poi nelle analisi delle pellicole di Peter Jackson, dopo un giro Nel labirinto di Tolkien, il pubblico potrà apprezzare «la rivincita di un professore politicamente scorretto» per approdare infine alla contemporaneità, quella profana di Miss Schlein e il Professor Tolkien e quella sacra di Leone XIV, J.R.R.Tolkien, il Mago Gandalf, che conclude il volume.
Tutti i contributi - più di una trentina - raccontano, oltre alla passione di de Turris per l’universo fantastico, anche la sua incrollabile volontà di mostrare ai lettori la visione del mondo di Tolkien come saldamente radicata nel cosiddetto Mondo della Tradizione, assai lontano dalle utopie progressiste elaborate da altri autori di diversa estrazione culturale. E qui ci addentriamo nella storia di un’altra guerra, parallela a quelle descritte nella trilogia del Signore degli Anelli, che non si svolge però nella Terra di Mezzo, ma si combatte più prosaicamente sul nostro pianeta terra, nel mondo piccino e tutto particolare dell’editoria italiana.
Nel Caso Tolkien, GdT, come lo chiamano affettuosamente i suoi amici, racconta (nel 1991) una vicenda iniziata alla fine degli anni Settanta e che non si è ancora conclusa oggi, 35 anni dopo. Il caso nasce nel 1970, quando la casa editrice Rusconi, diretta allora da Alfredo Cattabiani, decide di pubblicare integralmente The Lord of the Rings, la cui versione italiana del primo volume era già uscita tre anni prima da Astrolabio, senza riscuotere particolare successo. La traduzione, affidata a Vittoria Alliata di Villafranca, una giovinetta di brillante ingegno (e in corrispondenza con lo stesso Tolkien a cui rimetteva i suoi dubbi), fu rivista da Quirino Principe e l’introduzione affidata a Elémire Zolla; risultato: uno sfolgorante successo di vendite e una altrettanto immediata levata di scudi della stampa progressista contro le Forze Oscure Della Reazione in Agguato (copyright Guareschi). L’accusa contro Tolkien, ricorda de Turris, «è quella di essere reazionario, contro le sue opere quella di essere escapiste, contro i suoi personaggi quella di essere il prototipo di eroi fuori dalla realtà». Tali insinuazioni, però, non fecero che amplificare il successo della trilogia, che in USA era diventata una «Bibbia degli Hippies» mentre da noi finì per diventare il livre de chevet della giovane (e nuova) destra verso la fine degli anni Settanta.
Negli anni Ottanta, prosegue GdT, «si passò dalla fase del silenzio e del ripudio alla fase del recupero e della riacquisizione, nella quale, venuta alla luce la profonda crisi d’identità della cultura di sinistra, si riscoprivano quegli autori che un tempo erano stati tabù, Pound e Mishima, D’Annunzio e Nietzsche, Marinetti e Céline, Jünger e Guénon, Eliade e Jung eccetera eccetera». Con Tolkien, allora, l’operazione non riuscì, ma non per questo la guerra finì. Molti anni dopo, con l’avvento di una nuova generazione di critici tolkeniani «di sinistra», l’operazione è andata a buon fine: sono finalmente riusciti a stravolgere l’opera facendola addirittura ritradurre dal nuovo editore, con lo straordinario risultato di appiattire e banalizzare l’unica opera epica del 900, e far vincere la neolingua orwelliana, mettendo in pratica, come ricorda nella prefazione Paolo Paron, l’antica lezione leninista di operare sul linguaggio per modificare attraverso di esso la realtà. Così, niente più «erranti» e «raminghi»: a combattere il Potere Oscuro ci sono, ora, i «forestali».. . Speriamo almeno siano quelli provenienti dai Carabinieri, altrimenti se la vedranno davvero brutta! Il Decumano diventa Quartiero e il vecchio Gaffiere rinasce come il Veglio, mentre il povero Granpasso viene degradato a Passolungo... Aggiustati così i nomi, si è passati a svilire i valori, che dal codice cavalleresco sono passati al codice della strada, valutando chi ha ragione o chi ha torto a seconda della provenienza: da destra o da sinistra.
Comunque, come dimostra questa raccolta di saggi, che non segue un ordine cronologico, la chiave di lettura simbolica e tradizionale che de Turris applica a Tolkien è ancora oggi decisamente efficace, ben più delle varie interpretazioni progressiste che hanno cercato di svilire l’orizzonte spirituale del professore di Oxford trasformandolo in un alfiere del pensiero progressista e woke. Libri come Il Signore degli Anelli, osserva giustamente Guido Pautasso nell’Introduzione, erano e restano comunque un «patrimonio universale» perché ognuno ricava dai personaggi e dai temi espliciti della neo-mitologia tolkeniana l’aspetto o gli aspetti più congeniali alla propria formazione culturale. Siano questi messaggi ecologici o esempi di eroismo, modelli di ascesi spirituale o semplice esaltazione dei più semplici valori famigliari, Tolkien rilancia sempre valori e simboli misconosciuti o respinti dall’attuale società occidentale.
Come Gianfranco de Turris ha più volte ripetuto, dobbiamo ricordarci che Tolkien fu un conservatore, cattolico tradizionalista, antimoderno al punto tale da preferire i fulmini ai lampioni, che ha insegnato a diverse generazioni ad amare il Medioevo e il fantastico e a non considerarli come qualcosa di negativo, di cui vergognarsi o addirittura di pericoloso. È bene non dimenticare mai, infine, che l’evasione nella letteratura fantastica è l’atto legittimo e nobile del prigioniero che cerca di fuggire dalla sua prigione, e non va confusa con la vigliacca fuga del disertore.
