Sono tanti i monarchi che hanno goduto di «cattiva stampa», si va dalla regina egizia Hatshepsut sino a Vittorio Emanuele III passando per Nerone e Luigi XV. Però Giorgio III - re di Gran Bretagna e d’Irlanda dal 25 ottobre 1760 al primo gennaio 1801 e, da quella data, sovrano del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda sino al 1820 - è considerabile un vero recordman negativo tra le teste coronate di tutti i tempi.
È stato descritto a ripetizione come il più imbelle dei sovrani. Una damnatio memoriae iniziata con la guerra d’indipendenza degli Stati Uniti d’America (1775 - 1783) e mai estintasi. Il tema della tirannia di Giorgio raggiunse un rapido apogeo nel 1776. Thomas Paine, l’autore del libello più influente sul regno del sovrano Hannover - Senso comune - definì il re: «Il bestiale sovrano della Gran Bretagna», schiavo di una «bramosia di potere assoluto». E ancora: «Neppure le bestie divorano i loro piccoli, e i selvaggi non muovono guerra alle loro famiglie». Thomas Jefferson nella Dichiarazione d’indipendenza lo attaccò con accuse personali ben 28 volte: «Un principe il cui carattere si distingue così per tutte quelle azioni con cui si può definire un tiranno, non è adatto a governare un popolo libero». Una radice di rabbia, quasi che la guerra d’Indipendenza fosse più contro il monarca che contro la madrepatria che ha lasciato tracce permanenti. Ancora oggi nei giornali americani si può registrare un quasi quotidiano vilipendio di un re settecentesco. E le manifestazioni contro il presidente Trump hanno utilizzato proprio lo slogan «No kings», piuttosto bizzarro in una delle più vecchie repubbliche del mondo.
Tutti temi che vengono sviscerati da Andrew Roberts nella biografia L’ultimo re d’America. Vita, regno e pazzia di Giorgio III (Utet).
Ne esce un ritratto diverso che porta in luce voci discordanti. Sicuramente fu un adolescente rimasto orfano troppo presto e reso fragile da una corte troppo giudicante. Divenuto adulto fece grandi sforzi per portare avanti un governo apartitico e fu questo a produrre a ripetizione accuse di voler rafforzare il potere della monarchia. Ma nella realtà era fanaticamente
devoto alla Costituzione, come scrisse a William Pitt il giovane: «Prego il Cielo... che questa Costituzione possa rimanere intatta fino alla più lontana posterità come prova della saggezza della Nazione». Ovviamente questo suo conservatorismo costituzionale non poteva armonizzarsi con le spinte che venivano dalle Colonie americane. Nel conflitto appoggiò i suoi governi e nella sconfitta si vide precipitare sul capo un disastro geopolitico immane. Lo sopportò con fermezza come le sue crisi psichiatriche bipolari da cui cercò sempre di riprendersi in un’epoca in cui la psicoterapia era inesistente. Non fu il migliore dei monarchi ma aveva un coraggio «nobile» che gli fu riconosciuto da tutte le persone a lui più vicine dopo la sua morte. In questo 250esimo della Dichiarazione d’indipendenza degli Usa gliene si potrebbe anche rendere finalmente atto.
