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Arte e Storia

La guerra degli stretti

Sin dalla preistoria i passaggi obbligati, in mare e per terra, significano potere. Sono infinite le battaglie scatenate per controllarli. E oggi si aggiungono i “colli di bottiglia” digitali

Vessels transit the Strait of Hormuz off Bandar Abbas in southern Iran on August 10, 2026. The US President signalled on August 9 that he was prepared to let economic pressure mount against Iran, apparently backing away from more military strikes after Tehran issued a list of demands for opening the Strait of Hormuz. His remarks came after Iran issued over the weekend a list of conditions to reopen the Strait of Hormuz, which has remained largely closed since the start of the Middle East war in late February. (Photo by ATTA KENARE / AFP) /

Succede, è successo, succederà di nuovo. È colpa dell’uomo e allo stesso tempo della geografia. C’è solo quel punto per far passare qualcuno o qualcosa. E c’è qualcuno che controlla quel punto, e quel punto, e il suo controllarlo, diventano uno strumento di potere, a volte imprescindibile. Molte guerre umane sono cominciate o terminate così, addirittura da prima che se ne abbia memoria scritta.

Ecco, siamo nella Germania del 1300 avanti Cristo, nella valle del fiume Tollense. Attorno ci sono colline e delle paludi. C’è un ponte per passare e gente in cammino. Vengono da Est, le popolazioni locali controllano il passaggio, fino a quel momento serviva probabilmente a far circolare merci di lusso, metalli, gioielli, l’inizio di una rete commerciale europea. Non sappiamo cosa sia andato storto, il nodo del contendere tra stanziali e migranti. Ma sappiamo cosa è successo al ponte e al guado: il passaggio obbligato. Lo scontro di circa 5mila guerrieri, un numero enorme per l’epoca, il gruppo in viaggio sopraffatto e massacrato, sono state le loro ossa con i segni dei colpi d’ascia e di freccia, scoperte a partire dal 2007, a raccontarci questa battaglia dell’Età del bronzo, la scrittura ha raggiunto quelle parti d’Europa centinaia e centinaia di anni dopo.

Basta spostarci di pochi anni, siamo al 1250 avanti Cristo ed è di nuovo uno stretto, un passaggio obbligato a scatenare una guerra, quella che, in fondo fa da fondamento a tutto l’immaginario Occidentale: quella attorno alla città di Troia. Nei testi ittiti è chiamata Wilusa, l’equivalente ittita di Ilio, vengono nominati i suoi signori

che si chiamano Pyiama Radu (Priamo) e Alaksandu (Alessandro è il secondo nome di Paride nell’Odissea). Nei testi ittiti si dice che attorno a quella città si combatte a ripetizione, si parla di alleanze di popoli che vengono dal mare a combattere per una parte o per l’altra, perché dalla città si controlla lo stretto dei Dardanelli, il commercio. La versione dei popoli del mare, gli Achei, la conoscete già. La nostra civiltà comincia combattendo per uno stretto e a migliaia di anni di distanza stenta a trovare la soluzione per un altro stretto, quello di Hormuz.

Ma restando ai Dardanelli: lì semplicemente la guerra non è mai finita. Anno del Signore 1350, la guerra tra le due superpotenze navali dell’epoca, che covava da decenni, esplode. A partire dal 1261 con la firma del trattato di Ninfeo la Repubblica di Genova si assicurò la supremazia commerciale nel Mar Nero, posizione indigesta alla Repubblica di Venezia che contestualmente diede il via ai commerci verso il Ponto e intorno al 1291 fondò una propria colonia a Tabriz, una città posta al Nord dell’Iran tra il Mar Nero e il Mar Caspio. Nel 1350, sfruttando una serie di sommovimenti politici favorevoli, Genova decide di bloccare proprio gli stretti del Bosforo e di Kerch. Si passa rapidamente agli abbordaggi e alle spade e nel giro di pochissimo il conflitto si espande. Con Venezia si schierano il regno d’Aragona e l’Impero Bizantino, con Genova l’Impero Ottomano e l’emirato di Aydin. Venezia pagò carissimo lo scontro, nel 1354 la sua flotta venne annientata e dovette chiedere la pace. Ma il Bosforo è un bersaglio militare per gli italiani. Durante la guerra di Libia, nel 1912, gli italiani provarono a forzare lo stretto dei Dardanelli con delle torpediniere.

Una provocazione più politica che militare per dimostrare la debolezza turca; nel 1915 Churchill invece organizzò la campagna di Gallipoli per catturarli davvero i Dardanelli e mettere fuori combattimento l’Impero turco: finì in un bagno di sangue per le truppe inglesi. E oggi? Con l’inizio dell’invasione russa nel 2022, la Turchia ha riconosciuto lo stato di guerra e ha applicato la Convenzione di Montreux, bloccando il passaggio di nuove navi da guerra belligeranti verso il Mar Nero e limitando i movimenti della flotta russa. E se la Russia è rimasta soprattutto una potenza di terra dipende dai Dardanelli quanto dal sistema di stretti che chiudono il Mar Baltico.

Fare il conto delle battaglie che sono state combattute in quella zona sarebbe lungo, si potrebbe partire dai vichinghi e arrivare alla Seconda guerra mondiale. La più famosa è quella dello Skagerrak dell’1 giugno 1916, lo stretto tra lo Jutland e la Norvegia. Fu il tutto per tutto della flotta tedesca per rompere l’assedio della flotta inglese. Seimila morti per la marina di Sua Maestà britannica, 2mila e cinquecento per quella del Kaiser. I tedeschi fecero subire agli inglesi più perdite delle proprie, ma non ruppero il blocco, la Germania rimase strangolata e condannata a perdere la guerra.

Hormuz è solo l’ultimo capitolo di questa storia. E il futuro potrebbe riservarci altri stretti su cui fare la guerra. I grandi cavi in fibra ottica che trasportano le nostre informazioni sui fondali oceanici potrebbero essere i bersagli di una guerra del futuro. Sono i passaggi obbligati dell’era digitale.

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