Matteo Ghidoni da Los Angeles
Stephen King aveva ventisei anni quando pubblicò Carrie, nel 1974. Era il suo primo romanzo, ma c’era già quasi tutto ciò che avrebbe segnato la sua opera: l’orrore nascosto nella normalità, la violenza del gruppo, la paura di essere diversi e soprattutto la capacità di guardare l’adolescenza senza addolcirla. Carrie White, isolata da una madre fanatica, umiliata dai compagni e dotata di poteri telecinetici, sarebbe diventata un’icona. Due anni dopo Brian De Palma la portò al cinema con Sissy Spacek, consegnando all’immaginario il ballo di fine anno, il sangue e la vendetta.
Cinquant’anni dopo quel film, Carrie torna il 7 ottobre su Prime Video in una serie di otto episodi firmata da Mike Flanagan, autore di The Haunting of Hill House, Midnight Mass e Doctor Sleep. Summer H. Howell è Carrie, Samantha Sloyan sua madre Margaret; nel cast anche Amber Midthunder e Matthew Lillard. Ma rifare semplicemente Carrie non avrebbe avuto senso. Anche King ha chiesto: «Perché? L’abbiamo già fatto. Perché farlo ancora?». La risposta è trasformare una storia dei primi anni 70 nello specchio dell’adolescenza del 2026. «Ho visto il film di De Palma prima di leggere il libro. Ero alle medie. Quella pellicola mi si è impressa nell’immaginazione per sempre», racconta Flanagan. Era un ragazzo «terribilmente nervoso, timido e vittima di bullismo» e anche per questo la storia lo colpì. Il futuro maestro dell’orrore, però, aveva paura degli horror: da bambino si nascondeva dietro il divano davanti al video di Thriller di Michael Jackson. Poi cominciò a sfogliare storie spaventose quasi come allenamento. «Pensavo che leggendo sarebbe stato più facile gestire il terrore, ma non era assolutamente così. Con il tempo mi accorsi che, se riuscivo ad arrivare alla fine di una pagina o di una scena senza coprirmi gli occhi, diventavo un po’ più coraggioso. E quel coraggio passava nella vita reale».
È qui che la rilettura di Flanagan trova la sua chiave: non nel massacro, ma in ciò che viene prima. «Io vedo Carrie molto più come una tragedia che come una storia dell’orrore», spiega. Gli otto episodi gli permettono di soffermarsi sulle possibili «uscite di sicurezza» verso la catastrofe, sui momenti in cui i personaggi avrebbero potuto scegliere diversamente. «Non c’è nulla di inevitabile in questo racconto. È una storia sulle scelte che le persone fanno e su come quelle scelte possano condurre a un esito tragico».
Il bullismo resta il cuore del racconto, ma oggi ha strumenti che King non poteva immaginare. Nel romanzo la tragedia veniva ricostruita attraverso articoli, lettere e testimonianze. Flanagan trasferisce quella frammentazione nel nostro «caleidoscopio di prospettive digitali», tra social, feed e true crime. «Gli adolescenti vivono in un mondo in cui i loro traumi, le loro umiliazioni e i loro errori possono diventare immediatamente disponibili a tutto il mondo. E restarci per sempre. È un’ansia che io, da ragazzo, non avrei potuto neppure immaginare». La crudeltà non è nuova. «La natura umana non è cambiata. Ma gli strumenti che abbiamo dato alla cattiveria sono molto, molto più potenti. Quelle armi sono diventate più affilate. Gli attacchi coordinati contro chi è diverso sono diventati più normalizzati. Internet permette alle persone di accanirsi in modo specifico e insidioso». Per costruire il liceo della serie, gli sceneggiatori hanno invitato veri adolescenti nella writers’ room. Flanagan è padre di un ragazzo delle superiori: nel racconto entrano così anche le sparatorie nelle scuole e le esercitazioni «active shooter» con cui sono cresciuti i suoi figli.
La nuova Carrie è ancora più isolata: non è mai uscita di casa prima di entrare al liceo. Quando scopre un computer o una biblioteca, il mondo è anche meraviglia, curiosità, desiderio di appartenenza. E questo rende più doloroso ciò che seguirà. Flanagan spezza anche la divisione tra vittime e mostri. «C’è una differenza tra simpatizzare e comprendere». Il bullo Chris resta responsabile, ma la serie osserva il ciclo attraverso cui chi subisce violenza può infliggerla ad altri. Anche la madre di Carrie, Margaret, cambia radicalmente: «In ogni altra incarnazione è un mostro. Noi abbiamo deciso di fare l’opposto. Margaret White ama ferocemente la figlia. Vuole proteggerla più di qualsiasi altra cosa. Sono le scelte che compie per farlo a mandare tutto in pezzi».
King conosceva i cambiamenti prima delle riprese. Flanagan non avrebbe proceduto senza la sua benedizione: «È il mio eroe. Non entro nel mondo di Steve se lui non è d’accordo». Dopo l’iniziale «perché?», King si è entusiasmato e ora, racconta Flanagan, «ama moltissimo la serie». Forse è questa la ragione per cui Carrie continua a tornare. Cambiano le scuole, i telefoni, il modo in cui un’umiliazione si propaga. Non mutano il desiderio di essere accettati, né la facilità con cui la paura e l’insicurezza possono trasformarsi in violenza. «È sorprendente quanto sia diverso oggi il liceo e quanto poco siano evoluti gli esseri umani - conclude Flanagan - Una storia sulla nostra capacità di essere crudeli e sull’importanza dell’empatia non smetterà mai di essere rilevante». Ed è forse per questo che, cinquantadue anni dopo, questo racconto continua a farci paura: non per ciò che Carrie può fare agli altri, ma per ciò che gli altri sono capaci di fare a lei.
