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Cultura e Spettacoli

Tomas Milian l’amleto cubano che divenne il “monnezza”

Una biografia a fumetti racconta la vita difficile dell’attore amato dal pubblico italiano. Un vero camaleonte

In libreria La graphic novel dedicata alla biografia di Tomas Milian

«Essere Tomas Milian The Cuban Hamlet» di Cammamoro e Giuseppe Sansonna (Oblomov Edizioni, pagg. 120, euro 23) racconta con disegni e poche parole la vita di uno degli attori più amati dal pubblico italiano, in una originale biografia a fumetti.

Il libro si apre a Roma, nel 1999: un Milian ormai anziano viene raggiunto da una vecchia amica, Barbara, prima di partire per Hollywood a girare Traffic di Soderbergh. Da qui la memoria scivola all’indietro, fino all’Avana degli anni Trenta, dove il piccolo Tomas cresce all’ombra di un padre generale, fedele a Machado e poi umiliato da Batista. È un’infanzia segnata dalla violenza e dalla vergogna, che culmina nel suicidio del padre, sparatosi davanti agli occhi del figlio bambino. Da quel trauma nasce l’ossessione di Milian per la maschera, per il cinema come rifugio e teatro di un’identità che non trova mai pace. Il fumetto segue poi la parabola dell’attore tra la Cuba rivoluzionaria, i sogni hollywoodiani infranti e l’approdo nella romana Cinecittà, dove Milian trova fortuna (e insieme una nuova prigione) nel leggendario personaggio del «Monnezza», doppiato da Ferruccio Amendola. Il dialogo continuo tra Tomas e il suo alter ego romano diventa il cuore del libro: la domanda su chi sia davvero Tomas Milian, tra tante controfigure di sé stesso.

Il tratto di Cammamoro, spigoloso e visionario, si intreccia bene con la sceneggiatura di Sansonna, che sceglie un registro fatto di frasi spezzate, romanesco, spagnolo e italiano mescolati, restituendo il caos linguistico e interiore del protagonista. Non mancano cammei di Gabriel García Márquez, Gian Maria Volonté, e del sindacalista-mafioso Meyer Lansky. È un’opera che funziona meglio come ritratto psicologico che come biografia in senso stretto: la cronologia è volutamente spezzata, i dialoghi ellittici, la violenza (fisica e simbolica) costante. Chi cerca un racconto didascalico della carriera di Milian resterà forse spiazzato; chi accetta il patto proposto, quello di un uomo che recita sé stesso fino a smarrirsi, troverà un libro intenso, a tratti crudele, sulla maschera come destino.

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