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Musica

“Ecco i miei brani. L’autotune? Solo se ha senso”

Emozionata, dopo cinque anni la cantante Malika Ayane pubblica l’album “Cicale” con dieci brani. A novembre il tour nei teatri. Con qualche sorpresa

Malika Ayane

Bentornata Malika Ayane.

Non pubblica dischi per anni e poi torna con uno intitolato Cicale.

«Come le cicale ho impiegato tutto questo tempo per trovare il modo di raccontarmi come mi volevo raccontare. In fondo anche le cicale stanno sottoterra fino a 17 anni per vivere una sola stagione di luce».

Lei addirittura cinque.

«Ma nel frattempo ho fatto tante cose meno visibili ma altrettanto significative come ad esempio Arcipelago Battiato alla Biennale di Venezia. Sono stata due volte al Quirinale... Ci sono mondi paralleli che hanno tanto seguito e nei quali mi piace girovagare ogni tanto. Poi...».

Poi è tornata al Festival.

«E sembrava che fossi uscita dal dimenticatoio».

In realtà Malika Ayane ha pubblicato il primo disco diciott’anni fa e da allora è sempre rimasta sotto i riflettori, se non altro perché una voce così la incontri raramente e, quando capita, è difficile dimenticarla. Se ne erano già accorti alla Scala quando lei aveva 11 anni e cantava (spesso da solista) nel coro delle voci bianche. Da lì alle classifiche c’è voluto un po’ di tempo, ma quando è uscito il singolo Feeling better (dal primo disco omonimo del 2008) s’è capito che questa milanese classe 1984 aveva occupato un posto vuoto nel casellario musicale italiano, quello del pop raffinato, imprevedibile, mai stanco di cambiare. E difatti per le dieci canzoni del nuovo album Cicale ha radunato una squadra di autori e tecnici di primo piano come Pacifico, Andrea Bonomo, Merk & Kremont, Paolo Antonacci e via così, a dimostrazione che la musica leggera per salire i gradini della qualità ha bisogno di tempo, studio e talento. E lei, vestita di nero elegante, parla del disco come se fosse quasi un esordio, con quel pudore entusiasta di chi vuol vedere l’effetto che fa sul pubblico.

In scaletta c’è anche Animali notturni, con il quale ha partecipato all’ultimo Festival.

«Mi porto dietro un ottimo ricordo e belle sensazioni. Diciamo che ha fatto bene alla mia autostima. Quando sono arrivata avevo paura di sentirmi un’aliena in un mondo cambiato».

Ci tornerà?

«Non al prossimo. Voglio concentrarmi soltanto sul nuovo album. Credo che, come gli spettacoli teatrali, anche le canzoni possano essere portate in giro per tanto tempo».

Il tour parte il primo novembre da Fermo e poi passa per l’Auditorium Conciliazione di Roma, il Verdi di Firenze, l’Arcimboldi di Milano, insomma teatri di primissimo piano.

«Saranno concerti essenziali, quattro musicisti più me. Dopo Sanremo si sono avvicinati alla mia musica anche persone che non mi conoscevano, persino bambini».

Avrà degli ospiti?

«Beh mi piacerebbe venisse a trovarmi chi ha scritto con me i brani. E anche Dargen D’Amico che monologa con me in Diversamente».

Perché proprio lui?

«Quando è nato il brano sentivo che avesse bisogno di qualcos’altro. Ho pensato a Dargen, che ha un’anima profondissima, e mi ha mandato un monologo che si incastrava bene nella canzone. Sono contento che lui sia diventato popolare, ma non è soltanto quello di Dove si balla...».

Lei ha sempre fatto pochi «feat.», che oggi vanno così di moda.

«Nei miei dischi ce ne sono solo quattro, se non sbaglio. Il feat. ha un senso se è tipo Where the Wild Roses Grow con Nick Cave and the Bad Seeds con Kylie Minogue. Artisti lontanissimi che però nel brano conservano ciascuno la propria identità».

L’autotune la toglie. Lo vieterebbe a Sanremo?

«Io sono contro l’idea dei divieti. Diciamo che lo terrei solo se fa parte della cifra stilistica, non se copre un limite vocale».

E l’intelligenza artificiale nella musica?

«Preferisco le cose pensate e suonate dall’uomo».

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